Apologia di un Sistema: Option Football

Pat Dye, gia’ Head Coach all’Universita’ di Auburn, una volta disse riguardo la triple option: “Stando ai miei calcoli, quando elimini un difensore con una lettura ed un altro con il pitch, dovresti avere un vantaggio numerico di 11 contro 9.” Signore e signori, l’essenza di questa filosofia d’attacco in poco piu’ di una riga. Perche’, diciamolo, chiaramente c’e’ veramento poco di complicato riguardo la triple option, o perfino riguardo il football generale. “It ain’t rocket science”- direbbero gli Americani. Ed effettivamente no, non si tratta di ingegneria aerospaziale. E’ football. Una palla, ventidue uomini in campo e 100 yard di campo. Con un solo obiettivo: portare quella palla il piu’ avanti possibile.

Per quanto oggigiorno dissacrata, sbeffeggiata, ritenuta fuori moda, poco glamour, l’option e’ componente fondamentale della storia di questo sport che siamo avvezzi a chiamare football. “Quando metti la palla in aria”- commento’ una volta Woody Hayes- “tre cose possono succedere, e due di esse sono negative.” Ecco, come a dire: “Teniamolo lontano dall’aria quel “pigskin” che e’ meglio.” Parole, quelle della leggenda di Ohio State, che riassumono efficacemente tutto quel conservativismo, sportivo s’intende, che per anni- o meglio, decenni- ha dominato il football. In queste fredde giornate invernali fatevi un favore e andate a riguardarvi vecchi filmati di qualche partita degli anni ’60 o ’70. Magari della Oklahoma di Barry Switzer o della Texas di Darrell Royal: vere e proprie macchine da guerra; squadre formidabili, capaci di vincere titoli su titoli semplicemente correndo con la palla in mano. Semplice. Elementare. Devastante. La verita’ e’ che il football nasce come sport di corsa e soltanto con il tempo- complici anche i mutamenti fisici degli atleti e, perche’ no, le rivoluzioni sociali (interi libri sono stati scritti su come il football sintesizzi la vera essenza del tessuto sociale Americano)- e’ diventato questo raffinato gioco aereo fatto di complicate tracce ed innumerevoli coperture. Vedere oggi, nell’era degli smart phone, dell’HD e della societa liquida, una squadra che corre con la palla cinquanta volte a partita e che lancia meno di dieci ci appare un’assurdita’, un rigurgito di un passato a cui non vogliamo tornare, addirittura una ragione di schernimento. Ma non dovrebbe. Forse e’ l’eccessiva dose di romanticismo che mi fa parlare, forse sono io quello strano, forse amo la Storia un po’ troppo, ma io lo trovo affascinante. Si’, l’ho detto. Affascinante. Anzi, spettacolare nella sua abnormalita’ e, allo stesso tempo, perfetta semplicita’. Diciamocelo chiaramente: di questi tempi non ci vuole un gran coraggio ad adottare una “spread offense” per filosofia offensiva. Lo fanno tutti (e qua si potrebbe divagare a lungo sull’evoluzione del gioco, perdendosi in infinite elucubrazioni su quale sia il suo futuro; ma ve lo risparmio). Ma dovrete concordare con me che ce ne vuole molto di piu’ di quel coraggio e ardore, per mandare al diavolo i precetti moderni e costruire un attacco fondato sul gioco di corsa: power od option che sia. E’ un po’ come essere studente universitario di filosofia nella Roma del ’68 e votare Democrazia Cristiana. Significa andare fuori dal coro. Vuoi per convinzioni personali o per farsi gioco del Sistema, quello con la S maiuscola.

Ne parlavo proprio a cena l’altra sera. Seduto davanti ad un favoloso piatto di BBQ (North Carolina style, ovviamente), in compagnia di un signore sulla quarantina, mio conoscente ed ex coordinatore difensivo per una delle scuole superiori di Hickory. Alla mia, immancabile, domanda “Ma quale e’ l’attacco che una difesa teme di piu’ in generale?” egli, senza troppa esitazione, mi ha risposto: “Option.” Mentirei se dicessi che sono rimasto soprpreso. D’altronde, ancora devo trovare un coach che mi fornisca una risposta diversa. Il che pero’ alimenta solo la mia curiosita’: se l’option e’ effettivamente una formula offensiva cosi’ temuta da ogni difesa, perche’ non vediamo piu’ attacchi usarla? Di risposte a questo quesito, a differenza di quelle precedente, ce ne sarebbero a bizzeffe. Per esempio, alcuni potrebbero spiegarti che occorre un gruppo estremamente disciplinato e ben allenato per sposare in toto quella filosofia. Altri farebbero riferimento al fatto che l’option e’ troppo rischiosa perche’ se si va sotto di piu’ di due touchdown sono cavoli amari. Altri ancora, forse tra i piu’ sinceri e pragmatici, ti direbbero che la maggior parte della gente la trova semplicemente noiosa e che non piace ai “boosters”, ovvero quelli che pompano soldi nel programma. A mio modestissimo parere, l’option e’ scarsamente usata di questi tempi perche’, anche se mi piange il cuore a dirlo, non e’ un sistema vincente. O meglio: non lo e’ nella sua versione piu’ integralista. Dopo aver bazzicato i campi di mezza North Carolina ogni venerdi’ sera per ormai cinque anni posso dire che raramente- molto raramente- ho visto squadre mettersi un anello al dito essendo “straight option teams”; ovvero, compagini che giocano piu’ del 90% dei loro snap offensivi in una classica formazione da option (alla Georgia Tech, tanto per intenderci). Per quanto una squadra possa dominare la stagione tra dives, keeps e pitches, l’esperienza mi insegna, arrivera’ un momento nel corso di quell’annata- specie negli ultimi round di playoff- in cui quell’attacco si ritrovera’ a dover lanciare. E, generalmente, per molte delle “option teams” sono cazzi.

Ma non c’e’ dubbio che una triple option rappresenti uno stress psicologico e fisico non indifferente per qualunque difesa. Specie a livelli di high school. “Una settimana veramente non basta per preparare una squadra a giocare contro una triple option”- mi ha detto il mio amico, ex allenatore- “Non basta perche’ occorrono una miriade di snap per abituare la difesa a quel tipo di sistema, e cinque giorni di allenamento sono troppo pochi. Occorre essere piu’ che disciplinati sul piano mentale, giocare “sound football”, tenere sempre bene a mente quali sono le proprie letture e mai lasciarsi trarre in inganno dalle finte. Mentre su quello fisico, i difensori devono essere pronti ad evitare di subire “cut blocks” da parte dei giocatori offensivi. E onestamente ancora devo trovare un vero e proprio metodo per insegnare questo particolare aspetto: e’ piu’ sesto senso che altro…” Mentre lo ascoltavo mi tornavano in mente altre discussioni che avevo avuto sul tema con altra gente, cosi’ come interviste e manuali che avevo letto. Per esempio, mi ricordo che Tom O’Brien, Capo Allenatore ad NC State (fino a tre settimane fa), prima di affrontare The Citadel (un’option team) aveva dichiarato che durante l’estate lui e il suo staff avevano deciso di dedicare un’intera settimana a difendere l’option. Scelta curiosa, ma che ha pagato, se e’ vero che NC State e’ riuscita a limitare l’attacco di Citadel in maniera sostanziale. Di certo meglio di quanto ha fatto Appalachian State, che appena una settimana prima, aveva visto la squadra del South Carolina abusare della propria difesa concedendo ben 55 punti. Per il disappunto  dei 30.000 fedeli del Kidd Brewer Stadium. Me compreso.

In una situazione ancora differente, invece, un giorno mi ritrovai a discutere di football con Mike Minter, ex safety dei Carolina Panthers (tra le altre cose appena nominato Head Coach di Campbell University). Minter, dopo aver ascoltato le mie considerazioni sull’option e sul perche’ non venga usata regolarmente ai piani di sopra, mi guardo’ e, con buona pace dei mie teoremi, disse: “Ascolta bene: gli allenatori e i giocatori in high school pensano di studiare il gioco, ma non lo fanno. Ti posso giurare che se dai un po’ di tempo a qualunque defensive coordinator della NFL per studiare la triple option lui trovera’ il modo di neutralizzarla. Va bene per il venerdi’ sera, ma la domenica e’ un altro discorso.” A stento potei trattenere la mia delusione. Eppure, continuavo a ripetermi, ci deve essere un modo per implementare concetti di option ad ogni livello di football: dopo tutto, fa parte dell’essenza del gioco stesso!

Da allora mi misi di buona lena a studiare l’option in tutte le sue varianti ed evoluzioni: flexbone, wishbone, I-formation, Single-T, Full-House, Wing-T…Qualunque (e, come saprete, ce ne sono parecchie!). E piu’ studiavo piu’ mi innamoravo della sua diabolica semplicita’ che quasi schernisce le difese: le provoca fino allo sfinimento. Perche’ la triple option ha un fascino tutto suo, peculiare, vintage, unico. D’accordo, forse mi devo arrendere all’idea che non ci sara’ una contro-rivoluzione tecnica e che l’option non tornera’ mai piu’ a dominare come faceva a meta’ del secolo passato. Ma certo non significa la sua morte. Anzi, si potrebbe avanzare la tesi che mai come negli ultimi due-tre anni questa filosofia offensiva sia stata popolare nella NFL. Cam, RGIII, Tebow sono solo alcuni tra gli esponenti di spicco di questa nuova riscoperta. Che ci piaccia o no. E chissa’ tra dieci anni se potremo dire che e’ stato solo fenomeno passeggero ed effimero o se invece ha rappresentato il primo segnale di un cambiamento strutturale dello sport. Chi vivra’ vedra’.

Personalmente io ho la fortuna (altri la chiamerebbero disgrazia; ma ancora una volta dipende tutto dai punti di vista) di fare il tifo per una squadra collegiale- Appalachian State- che si ritrova in una conference- la Southern- con ben tre squadre- The Citadel, Georgia Southern e Wofford– che impiegano variazioni della triple option come principali sistemi di gioco. Cosa piu’ unica che rara nel college football moderno, ma una vera manna per il sottoscritto, in quanto mi da’ l’opprtunita’ di studiare da vicino questo universo tecnico, in piu’ forme e sembianze. Perche’ se Georgia Southern e The Citadel sono, per cosi’ dire’, “mainstream” nel loro modo di giocare l’option (entrambe prevedono la flexbone come formazione di base, esattamente come Georgia Tech), Wofford ha la straordinaria peculiarita’ di essere una squadra “wishbone” (o almeno, una figlioccia di essa).  Ovvero, i Terriers schierano il QB circa 5 yard dietro al centro (come in una normale shotgun), con due back- uno per fianco del signal caller- appena dietro. Sebbene forma impura della wishbone tradizionale ed ortodossa resa famosa da Oklahoma e Texas che prevedeva il QB sotto il centro con un fullback e due halfback, rappresenta un caso tecnico unico (per quanto mi e’ dato sapere) nel panorama collegiale. Inutile dire che quando Wofford ci ha fatto visita lo scorso Ottobre ero spettatore piu’ che interessato. Per onor di cronaca, Appalachian State ha riportato un record di 1-2 questa stagione contro le tre squadre option della Southern Conference; con l’unica vittoria, guarda caso, ottenuta in casa dell’allora numero 1 della nazione Georgia Southern. Difendere contro l’option non e’ facile. Per nulla.

E allora come si fa? Si fa che non c’e’ una formula matematica, precisa, infallibile. Anche perche’ senno’ che gusto ci sarebbe? Dopo tutto questo e’ sport, dove la passione umana, le emozioni, il cuore dovrebbero sempre prevalere sulla freddezza di una lavagna e un pezzo di gesso. E poi qualunque coach che si rispetti ti direbbe che lui sa esattamente come impostare una difesa contro la triple option. Ti prenderebbe da parte, ti squadrerebbe negli occhi e proclamerebbe: “Vedi, basta che X stia qua, Y vada la’ e Z faccia questo. Semplice no?” Eh si, semplice. Il problema e’ che tra il dire e il fare c’e’ di mezzo il mare. In piu’- non ce lo dimentichiamo- ogni squadra, ogni unita’ offensiva ha vita propria; ha caratterstiche tecniche, fisiche ed umane uniche. Quello che funziona per una squadra potrebbe rivelarsi perfettamente inutile per un’altra. Ma ciononostante, c’e’ una certa parola che ricorre ogni qualvolta si parli di option: disciplina. Perche’ ne serve tanta, parecchia per fronteggiare efficacemente una triple option. Pensi che hai capito dove la palla stia andando, ti ci tuffi, perdi di vista la tua “chiave” e…zac. Sei fregato. E fai la figura del cretino. E’ un bel problema l’option. E’ anche sadica, in quanto ti fa scegliere il veleno con cui morire: mandi il tuo defensive end nel backfield ogni volta per neutralizzare il fullback? Poco male, l’attacco porta la palla all’esterno. Vai contro il QB? Nessun problema, c’e’ il pitchback. Aggiungi un altro difensore sul lato forte dell’attacco? Peggio ancora, loro ti puniranno con una counter o- cosa molto poco ortodossa in un contesto di option- lanciano al loro miglior ricevitore che, giocoforza, sara’ coperto uomo a uomo dal cornerback (a proposito: vi siete mai chiesti perche’ le squadre che giocano questo tipo di schema hanno di solito la media piu’ alta di yard per ricezione?). Non c’e’ nulla da dire: e’ un gran bel rompicapo.

“L’aspetto piu’ bello ed interessante dell’option e’ che permette ad una squadra con meno talento e meno grandi atleti di competere sullo stesso livello con avversarie molto piu’ attrezzate e dotate”- mi disse una volta un mio amico insegnante, che nel tempo libero si diletta ad allenare i linebackers per una squadra locale. E gia’, perche’ anche questa e’ una delle forze di questa filosofia offensiva: non occorre avere gli atleti piu’ veloci e grossi per vincere; basta essere piu’ intelligenti. Perche’ se negli attacchi tradizionali, spesso e volentieri, la linea offensiva si trova a dover affrontare i propri dirimpettai in un confronto puramente fisico, nell’option cio’ non e’ necessario; anzi, e’ controproduttivo. Piuttosto, la filosofia di questo schema ci insegna, lascia che i difensori si blocchino da soli. Se il defensive end va a sinistra noi andiamo a destra, se va a destra noi andiamo a sinistra. Non e’ “rocket science”, come dicevano all’inizio. E’ semplice. E’ efficace. E’ option football. E’ Davide che con un sasso mette KO Golia.

D’accordo, molti fruitori dello sport la possono trovare noiosa, ripetitiva, stancante. Ma vi posso assicurare che le difese che vi ci scontrano la pensano allo stesso modo. Ed e’ per questo che funziona. E no, non penso che ce ne sbarazzeremo mai completamente. Certo, sara’ difficile vedere molte altre wishbone in futuro (d’altronde era in voga schierare quattro back allo stesso tempo quando era anche considerato un azzardo piazzare un ricevitore a piu’ di 8 yard dall’offensive tackle…), e il gioco di passaggio si e’ semplicemente evoluto troppo perche’ si torni indietro; ma a dispetto di tutto cio’, sono pronto a scomettere che l’option si continui a sviluppare, mutando forse nelle forme ma non nelle sostanze.

La filosofia della triple option avra’ sempre i suoi ammiratori cosi’ come i suoi detrattori. Ci sara’ sempre chi l’ama e chi l’odia. E va bene cosi’. Perche’ il football e’ anche questo: discussioni, dibattiti, nuove e vecchie teorie che si scontrano, parole…Poi per fortuna il venerdi’ sera le luci si accendono, lo speaker comincia a sbraitare nel microfono e sono i giocatori ad avere l’ultima parola.

….and that’s why we love the game

Categorie: NCAAF, NFL | Tag: , , , | 8 commenti

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8 pensieri su “Apologia di un Sistema: Option Football

  1. Ho giocato a poker fino ad adesso, ma t’avevo promesso che l’avrei letto prima di andare a dormire e non me ne sono per nulla pentito. Fantastico GM!! Davvero molto molto bello, “romantico” ed interessante….e poi tu hai parlato con Minter 🙂 (che devo dire la sa lunga… :paper: )

    Una cosa: flexbone, wishbone, I-formation, Single-T, Full-House, Wing-T, potrei cercarmele su google, magari domani lo faccio, ma…differenza tra queste varianti? “Solo” di posizionamento iniziale dei giocatori?

  2. Se vuoi posso fare un post a parte per le cose piu’ tecniche. Magari con la collaborazione di Andrea Campagna. Che dici?

    • Dico che sarebbe ottimo, so che non è facile rendere la parte tecnica per iscritto, ci vorrebbero foto e schemi, però vedete voi, se riuscite a farlo per il bog sarebbe oro 🙂

  3. Bell’articolo. Trasuda di passione e questa è la cosa più importante. Il tema è complesso e analizzabile da tanti punti di vista. Dal mio punto di vista, che vale proprio poco, l’option da sola (soprattutto la speed option) non potrà ritornare in auge come sistema offensivo per due motivi: i bloccaggi della option rimangono di tipo power sul lato backside e gli atleti difensivi sono sempre più veloci a rimbalzare da una lettura ad un’altra, togliendo il vantaggio del lasciare un difensore unblocked e, di conseguenza, mettendo a rischio la salute del QB.
    Quello a cui stiamo assistendo e che si svilupperà è un ibrido tra zone read e option che porta a due grossi vantaggi: i bloccaggi della linea sono a zona, tipologia di bloccaggio che è molto utilizzato a livello NFL, e il QB rischia di meno la pelle visto che fatta la lettura sull’uomo backside deve andare a giocare un’eventuale option su un cornerback o un rover e non su un uomo del box.
    Inoltre, il sistema ibrido apre le porte a molte più opzioni di playaction, specialmente con delle bootleg del QB, mentre un sistema option puro complica anche questo aspetto del gioco.

    Vabbè… la smetto di dire cazzate… 🙂

  4. Bellissimo articolo che, come diceva PM, trasuda passione ed è inoltre scritto benissimo: abbiamo fatto bene a mandarti in America a studiare! 😀
    Personalmente amo vedere giocare la option perché rimangono affascinato dai movimenti delle linea offensiva, dal gioco di leve sui blocchi che fanno. E comunque sembrerà strano ma è verissimo: il modo migliore per battere una option è con un attacco in grado di segnare molto e magari in poco tempo. E senza una difesa decente, per una squadra che gioca la option è difficile fare la differenza.

  5. Umberto Maggini

    Mi complimento davvero per l’ interessantissima analisi sulla option che, insieme alla zone read, è alla base della mia filosofia offensiva.
    Se usiamo solo la lavagna ad ogni situazione offensiva esiste una ragionata ed efficace reazione difensiva, ma trovo le affermazioni di Minter un po’ sbrigative; gli arguti aggiustamenti che lui considera semplice routine per i DC della Nfl si basano più sulle singole capacità atletiche dei difensori professionisti che sulla strategia. Ad onor del vero, pur non seguendo molto il football Nfl, ho letto alcune dichiarazioni di J. Tuck e compagni su quanto fosse difficile reagire con sicurezza alle eventuali option del qb dei Redskins.
    L’ option game è, infatti, un’ arma letale ed, a buon titolo, ne sei un sostenitore.
    Anche se le dive option e le veer option proposte nell’ old football da tight formations possono sembrare obsolete, i concetti su cui si basano trovano la loro esaltazione e prosecuzione in chiave moderna nei sistemi spread. Prima di tutto la pistol position in formazioni “aperte” consente di giocare in maniera ottimale le speed option, prevaricando le lettura per snap della difesa che deve, per ovvie ragioni di formazione, fronteggiarci con un box più soft. Possiamo anche giocare le speed option da empty formations con orbit motion degli split end.
    Rimanendo sul concetto del triple option game che io adoro, trovo davvero efficace unire i concetti di zone read a quelli di option; in questo modo posso giocare da una spread una zone option con tre possibili sviluppi gestiti dal nostro qb che legge prima l’ emol difensivo back side e poi la cover dello slot, unendo, in unico schema, tre risultati:
    – 1 inside zone del runningback
    – 2 corsa in off tackle del qb
    – 3 pitch allo slot
    Applicando quindi i concetti che animarono le veer option ad esempio dalla wishbone negli anni ‘ 60 \ ’70 a delle formazioni “moderne” otteniamo lo stesso risultato di costringere le difese a fronteggiare più sviluppi di gioco da ogni singola giocata.
    Esorto tutti, quindi, a rimanere, se non altro nel football europeo, grandi sostenitori e sviluppatori dell’ option game.
    Ti ringrazio di avermi dato lo spunto per queste veloci riflessioni con il tuo sagace articolo.

    Coach Umberto Maggini

  6. Coach,

    Inanzitutto grazie per l’esauriente risposta e per le considerazioni fatte, che sono indubbiamente di grande valore per me. Mi fa molto piacere che abbia trovato il mio pezzo gradevole ed interessante.
    Riguardo le affermazioni di Minter vorrei specificare che si riferivano a sistemi “puri” di option (tipo quelli che si vedono a livello collegiale): penso che anche lui concorderebbe con noi nel dire che concetti di option (specie se usati nelle situazioni giuste) sono piu’ che efficaci anche a livello NFL (specie se uniti ad uno schema di zone blocking a cui anche lei faceva riferimento). Penso che Minter intendesse dire che il livello di sofisticazione difensivo della NFL e’ cosi’ alto che sarebbe impensabile presentarsi ogni domenica giocando l’option nel 90% degli snap ed avere successo. Forse la prima partita gli avversari possono essere travolti dall’effetto sorpresa, ma e’ probabile che la domenica successiva il DC abbia gia’ trovato le contromosse. E questa potrebbe perfino essere la ragione per cui Georgia Tech non riesce quasi mai a fare bene in una bowl game da quando c’e’ Paul Johnson: gli avversari hanno molto tempo per prepararsi ad affrontare l’option. Ma concordo al 100% con lei quando dice che un “option package” in un playbook NFL puo’ essere utilissimo se si ha il giusto personale.

    Come lei sono anche io molto affascinato dalla zone blocking. Penso che sia la naturale evoluzione tecnica della linea offensiva e, secondo me, puo’ semplificare considerevolmente i compiti del reparto. E’ da un po’ che la studio e cerco di capire i suoi meccanismi. A tal proposito, per chi fosse interessato, c’e’ una serie di video su YouTube che mostrano Coach Alex Gibbs (uno dei padri della zone blocking) spiegare questi concetti al coaching staff dei Florida Gators. Personalmente ho trovato la serie illuminante.
    Per quanto riguarda i moderni concetti di option di cui lei parlava mi trova sostanzialmente d’accordo. Penso che Oregon e Chip Kelley rappresentino l’avanguardia di questa nuova ondata, e gli va dato credito per essere in grado di pressoche’ rivoluzionare il gioco (a livello collegiale almeno) con idee relativamente semplici ed essenziali (l’inside zone di Oregon, almeno nella sua versione originale, e’ veramente semplice). E, da quanto scrive, mi sembra che anche lei abbia scoperto i vantaggi che si possono trarre dall’usare il back side slot receiver in motion come terza opzione. Anche in questo aspetto Oregon e’ l’avanguardia. Aspetto che tra le altre cose e’ stato implementato molto efficacemente anche da Wofford, all’interno di quel contesto di para-Wishbone di cui parlavo nel mio pezzo.
    Mi fa comunque piacere che anche in Europa vi siano estimatori dell’option e allenatori come lei che si impegnano per mantenerla viva e cercano di adattarla alle evoluzioni del gioco.

    Per finire, mi permetta di dirle che ho letto una sua intervista online e vorrei congratularmi con lei per la sua filosofia. Personalmente io sto studiando e lavorando per diventare- dopo la laurea, ovvero il prossimo anno- un insegnante ed un allenatore a livello di high school. Questa posizione privilegiata mi permette di capire veramente come i due ruoli, quello di coach e di insegnante, vadano di pari passo e molte volte si confondano persino. Anche io, come lei, credo fortemente che il primo compito di un coach ( in qualunque sport) sia quello di educare e trasmettere valori positivi. Le Xs e Os vengono dopo. Per quanto ami il football e le sue strategie l’aspetto umano ed educativo e’ quello che piu’ di tutti mi attrae verso questa professione. Mi fa immensamente piacere vedere ed incontrare altre persone che condividono questa mia filosfia e visione.

    Grazie ancora per la risposta e per i complimenti.

    Gian Marco Tamburi

  7. Pingback: Condizione necessaria, ma non sufficiente: fermare la read option | Quel che passa il convento...

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