L’ottusità a volte paga

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Delneri ai tempi della Sampdoria

5-4-1, 5-3-2, 4-5-1, 4-3-3,3-4-2,4-3-2-1 sono alcuni dei moduli con cui possono scendere in campo le squadre di calcio, mentre i ruoli che i calciatori possono ricoprire sono mezzala, esterno d’attacco trequartista, centrocampista davanti alla difesa. Il compito di un bravo allenatore è quello di disporre i giocatori nel ruolo più congeniale affinché possano esprimere al meglio le loro qualità e permettere alla squadra di ottenere i massimi risultati.

Poi ogni allenatore ha la sua visione di gioco e di interpretare il calcio, c’è chi, come Capello garantisce vittorie a patto che gli siano dati i giocatori che chiede e chi come Ancelotti o Lippi che cercano di ottenere il massimo possibile, e spesso ci sono riusciti, con i giocatori che hanno a disposizione. La prima tipologia di allenatori crede molto nel modulo e chiede alla società campioni che possano interpretarlo al meglio, non perdendo mai di vista l’obiettivo finale e quindi se necessario sono disposti anche a cambiare il modulo. I secondi invece mettono a disposizione della società per cui allenano tutta la loro conoscenza del gioco del calcio, disponendo i giocatori nel modo migliore possibile, facendoci vedere negli anni il 4-3-3, 4-4-2, centrocampo a rombo, albero di natale, ecc.

A queste tipologie se ne aggiunge una terza, quella degli allenatori alla Zeman. Questi allenatori pensano che i giocatori non sono molto importanti ma che l’unica cosa che conta è il modulo, il modo di allenamento, l’intensità di gioco, sono cioè convinti che i protagonisti del calcio non siano gli interpreti del gioco ma coloro che li guidano dalla panchina. Il boemo è l’interprete di spicco di questa tipologia di mister noto ai più per la sua abilità in sala stampa che per le storie di campo. Al fianco del boemo ce ne sono tanti altri , di fondamentalisti del modulo, chi più e chi meno famosi e chi è venuto alla ribalta con un miracolo.

Erano i primi anni del 2000 e una squadra veronese gioca un calcio frizzante, con due ali come Eriberto e Manfredini sempre padroni delle fasce, Eugenio Corini capace di illuminare il gioco e con un organizzazione di gioco capace di portare il Chievo dalla serie B ai vertici della massima serie. Il tecnico Delneri da Aquileia aveva a disposizione gli uomini adatti per esprimere il gioco in cui lui crede e questo gli ha permesso di ottenere risultati impensabili per una società di quartiere. Quando la sua avventura a Verona termina c’è chi si domanda quale sia il valore effettivo del friulano, è il nuovo guru del calcio mondiale o è stato semplicemente l’uomo giusto al posto giusto. Per dare una risposta a queste domande bisogna attendere le nuove esperienze. Così Oporto si ritrova con la squadra che passa dallo special one, uomo tanto abile in panchina quanto in sala stampa, al tecnico italiano che non riesce a pronunciare una frase di senso compiuto da quando frequentava le elementari con il grembiule e il fiocchetto azzurro. La dirigenza del Porto non era pronta a un passaggio così drastico e quindi l’avventura in Portogallo di Delneri finisce ancor prima di cominciare.

Si dice che per una porta che si chiude si apre un portone e così nella capitale italiana ci fu subito qualcuno che pensò bene di affidargli le redini della magica in quello stesso anno. Come detto in precedenza i problemi con la lingua, e a questo punto aggiungerei una limitatezza tattica, non produssero niente di buono e Delneri venne esonerato prima della fine del campionato con la Roma invischiata nella lotta per non retrocedere. In quell’estate sembra scontato che Luigi non sia un maestro di calcio ma solamente un uomo che con tanta fortuna ha guidato una squadra costruita per apposta per lui in cui gli interpreti lo seguivano come i soldati seguono il comandante in battaglia facendo pensare che lui fosse un allenatore di primissima fascia. La sua carriera sarebbe potuta finire lì, ma i direttori sportivi pensarono che lui fosse un allenatore di provincia, non adatto alle grandi piazze, ma che in squadre minori potesse raggiungere il massimo.

Le esperienze seguenti lo dimostrarono, una serie di fallimenti tra cui la retrocessione con il Chievo. Nel 2009 il dirigente doriano Marotta gli offre una possibilità di riscatto offrendogli la guida tecnica della squadra ligure. Lì con un buon undici titolare, e con un Cassano voglioso di dimenticare l’esperienza madrilena e il contemporaneo declino della serie A Delneri riesce a posizionarsi al IV posto. L’estate successiva, la proprietà Juventina pensa a un cambio dirigenziale e così pensa a Beppe Marotta come a.d. il quale porta con se il tecnico friulano. Delneri giunge in una delle panchine più prestigiose al mondo con un gran spirito di rivalsa con tanta voglia di spiegare al mondo cosa sia il calcio e dimostrare che avrebbe meritato di raggiungere prima un palcoscenico così importante. Parafrasando le sue parole riassumo il suo pensiero del gioco “più bello al mondo”: il campo va diviso in settori e si può giocare solo ed esclusivamente con il 4-4-2 a prescindere dagli interpreti. I ruoli in una squadra di calcio non sono molti, e possono essere solo ed esclusivamente 1 portiere, 2 terzini, 2 centrali di difesa, 2 ali, 2 mediani e 2 punte. Naturalmente “due punti forti fisicamente possono giocare insieme due basse no”.

Quello che mi domando è: perché nessun giornalista mentre faceva questi sproloqui non gli ha chiesto ”Scusi signor Del Neri, ma lei come si spiega che la Spagna ha vinto tanto facendo giocare in attacco Villa Iniesta Fabregas (non sempre Torres)? Come farebbe giocare Messi, ala sinistra? La vittoria del Milan in champions contro il Liverpool era regolare dato che spesso giocava con una sola punta?”. Ma nessuno gli fece queste domande e lui andò avanti per la sua strada per un’intera stagione relegando la Juve al settimo posto.

In quella squadra, quando arrivò c’era un giocatore a centrocampo, giovane veloce con grandi qualità tecniche, di inserimento, buon possesso palla, grande velocità e lotta in mezzo al campo. A prima vista Marchisio era una mezzala. Ma questa è una parola che non esiste nel vocabolario Delneri e quindi fu relegato a fare l’ala sinistra. Ci volevano ali, e così arrivò Martinez, lento e scarso, ma alto più di 1.80 e quindi perfetto per quella Juve, arrivò Pepe, scarso tecnicamente e incapace di crossare, ma veloce e italiano e quindi perfetto per fare l’ala. In quella Juve c’era Diego, di certo non un fuoriclasse, ma un giocatore dotato di una tecnica superiore alla media e con il ruolo di trequartista. Delneri si sarà domandato ma trequartista che cosa vuol dire? Di sicuro questo qua non va bene, meglio venderlo e in attacco tenerci 2 giocatori che hanno appeso le scarpette al chiodo (Iaquinta e Amauri) che con Del Piero e Quagliarella il reparto è completo per l’intera stagione, tanto alla peggio c’è sempre il 4-4-2. Marotta lo seguì in tutto e per tutto e così la Juve inanellò una serie di prestazioni inadeguate al blasone della società e mentre la squadra andava sempre peggio Delneri non ebbe neanche il buon senso di dimettersi (come Stroppa quest’anno a Pescara) di ammettere di non essere all’altezza, anzi lasciò dicendo che la stagione non era andata poi così male perche le ultime partite di campionato non le aveva perse. Addirittura in un’intervista quest’estate ha avuto il coraggio di dichiarare che il merito dello scudetto di Conte è anche il suo.

Tuttavia credevo che dopo questa esperienza, nessuna squadra avrebbe più ingaggiato un allenatore che aveva dato dimostrazione di una sua conoscenza limitata del gioco del calcio e invece il Genoa lo ingaggia per sostituire De Canio dimostrando che a volte nella vita non conta la professionalità, la conoscenza e il saper fare, a volte basta essere limitati e ottusi.

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Categorie: Calcio | Tag: , , , , , , , | 4 commenti

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4 pensieri su “L’ottusità a volte paga

  1. incredibile “gino” delneri…una collezione di fallimenti che fa invidia a camolese!!!

  2. robys90

    Appena ho finito di leggere l’articolo ho pensato all’allenatore opposto: Guidolin. Con una squadra imbottita ogni anno di giovani, rivenduti l’anno dopo a peso d’oro, ed un fenomeno di provincia a far da chioccia, è riuscito e continua a fare del bel calcio ed a portare risultati importanti con una provinciale. Ovviamente ha anche lui scheletri nell’armadio (Palermo), ma non lo sentirai mai vantarsi o lagnarsi in conferenza stampa perchè la squadra è inadeguata (Mancini mi fa’ ridere e piangere allo stesso tempo) o gli arbitri sono soggetti a presunte influenze esterne. Chapeau Mister Guidolin.

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