Conta solo l’ultima parola

La rubrica torna a formato pieno, dato che stavolta parliamo anche dei Broncos. Prima però due parole sui Lakers la nota lieta della settimana. Non perché siano migliorati anzi hanno fatto schifo come al solito se non peggio. Solo che in confronto a quanto successo a Denver seguire loro è stato come una settimana a Las Vegas con cinque miliardi di conto aperto al Bellagio. Non so se rendo l’idea.

Le sconfitte ormai si susseguono come pornoattori in un gangbang e le vittorie con i Cavs e i Bucks (non certo squadre di prima fascia) sanno di pausa tra primo e secondo tempo. Nel frattempo il nostro amatissimo Jim Buss ha rilasciato un’intervista dove riconosce le difficoltà (invidiabile obiettività), ma conferma l’alto livello del roster, di avere la massima fiducia in loro e in D’Antoni e che è certo che ce la possano fare. Ha persino detto che anche suo padre e Chupa Chups sono convinti della validità del team (come per dividere le colpe). Al termine della lettura dell’intervista, il sottoscritto è riuscito a esprimere un solo pensiero: rivalutiamo Piersilvio!

Il figlio di papà giallo viola non solo non ha ammesso i propri errori, ma ha addirittura nascosto i problemi: Kobe ha una finestra minima per vincere ancora e questa stagione è ormai andata. Perché adesso si rischia seriamente di non fare i PO. Sarebbe la nemesi storica: Clippers in post season e Lakers in lotteria (e non abbiamo nemmeno la scelta che andrebbe a Phoenix, pensa te). Quello che avrebbe dovuto dire era: sono un incompetente e ricopro questo ruolo nella squadra più famosa e importante del mondo perché, mio padre è il proprietario, anche se adesso ha altro per la testa; e io nella vita non so fare niente con le mie sole forze. Quindi, perdonatemi.

Ora, quando un vicepresidente esecutivo è costretto a rilasciare interviste ai giornalisti per confermare la fiducia nella squadra che non gira e rassicurare i tifosi, beh di solito viene licenziato prima ancora che l’intervista sia finita. Peccato che nel nostro caso il papà non lo farà, per cui ci tocca tenere lui e D’Antoni almeno fino a fine stagione.

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Ma li hai visti difendere?

Già, il vecchio Mike ancora una volta ha dimostrato di avere l’elasticità mentale di una panca di marmo nell’adattare gli schemi ai giocatori. Avete presente Zeman? Eccovelo servito e ha persino meno interesse per la difesa del Boemo. L’ultima perla? Affidare il ruolo di difensore designato a Kobe. Ora il 24, quando vuole, sa essere uno splendido difensore. Nei PO quando conta vincere davvero si è preso il nemico numero 1, ma in stagione regolare? Non ha mai amato farlo perché, come logico lo penalizza sul lato offensivo del gioco. Inoltre, non puoi spremerlo in stagione regolare e poi sperare di averlo al meglio ai PO. Kobe già adesso gioca più di chiunque altro nel ruolo. Sul punto Mike ha detto di essere, in effetti, un po’ preoccupato dalla possibilità di stancarlo troppo (bontà sua) e per questo era riluttante a dargli anche il peso di essere lo specialista difensivo, ma abbasserà il suo minutaggio.

Il che è traducibile con: non so che schemi difensivi inventarmi e dato che è già tanto se arriviamo ai PO, lascio fare tutto a Kobe e amen.

Finita questa ampia finestra di notizie positive andiamo al succo e affrontiamo, per quanto doloroso, il discorso footbal americano.

Avete presente quel poveretto di Recanati gobbo e sfigato che a scuola le insegnanti lodavano e i compagni prendevano in giro? Ecco se il povero Giacomo Leopardi fosse nato una trentina di anni fa, sono certo che solo lui sarebbe riuscito a esprimere lo stato di prostrazione provato da uno qualsiasi dei tifosi dei Broncos dopo la partita di sabato notte. Disperazione piena e totale di fronte alla sadica crudeltà della vita.

Non esagero. Almeno per me assistere alla prestazione di Denver, è stato come guardare un film dell’orrore, Imagedove tutto è preordinato alla sconfitta degli eroi (persino i poliziotti corrotti che aiutano i cattivi). Uno di quelli dove i protagonisti, un gruppetto di amici spensierati in giro per l’America, si trovano rinchiusi in una casa con pazzi armati di coltelli, mannaie e motoseghe. Il gruppo dei buoni si assottiglia progressivamente a furia di morti violente e a metà rimane solo qualche sopravvissuto. I colpi sono stati così duri che si inizia a dubitare del lieto fine. La fortuna di essere ancora vivi, si esaurirà presto e già immagini i tre ragazzi rimasti (sono sempre tre: la ragazza bella e intelligente, il belloccio gentile che si fa la ragazza e l’amico sfigato, ma intelligente, che regge il moccolo) appesi al soffitto a guardare il pavimento pieno delle proprie budella. Però a un certo punto, nonostante ogni possibile imprevisto, vedi la luce. La porta che conduce alla salvezza. E lì a un passo. I tre sorridono. Ancora un passo. La bella guarda il bello, che contraccambia e dà un pacca sulle spalle all’amico sfigato. Nonostante tutto sono riusciti a salvarsi. Un solo passo e usciranno da quella maledetta casa ancora vivi. Un passo e la mannaia li squarta tutti e tre. Fine.

Ecco la partita è andata proprio in questo modo. Chi l’ha vista sa di cosa parlo e non occorre che la commenti, se non per dire, no non è colpa di Peyton Manning se abbiamo perso e sì siamo stati dei perfetti deficienti per esserci riusciti, perché ci è voluto impegno per raggiungere quello scopo. Un impegno costante e continuo. La cosa più assurda che ho realizzato solo dopo qualche ora – finita la partita mi sono sparato tre Jack Daniel’s doppi, continuando a salmodiare – la cosa più assurda, dicevo, è che non è nemmeno lontanamente la peggiore sconfitta della nostra storia.

Questo non mi ha certo fatto sentire meglio – la sconfitta anche a giorni di distanza brucia, eccome se brucia – ma almeno ho messo le cose nella giusta prospettiva.

Certo chi è giovane e conosce solo gli ultimi anni dell’era Shanahan, l’abisso McD penserà peggio di così il nulla e, invece, direi che quanto successo con i Ravens non  arriva nemmeno sul podio degli orrori di cui sono stati protagonisti i Broncos.

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Bozo Elway

Una rapida ripassatina per i neofiti del tifo orange and blue: 4 Super Bowl persi, 3 con John Elway al comando. Questo già dovrebbe bastare, ma se approfondiamo un attimo scopriamo che il secondo perso dal Duca con i Washington Redskins recita un tetro 42 a 10, che rappresenta il terzo maggior divario in un Super Bowl. Niente male, davvero, ma andiamo oltre. Questo è solo il passo introduttivo. Il 28 gennaio 1990 in quel di New Orleans contro i San Francisco 49ers stabiliamo anche il record assoluto con ben 45 punti di scarto e, dato che non vogliamo farci mancare niente, anche quello per il maggior numero di punti subiti: 55. Quello fu letteralmente un massacro di dimensioni epocali, che neppure Leopardi al suo peggio potrebbe mai descrivere. Per mesi, se non anni, sui cartelli con il limite di velocità nel nord della California si poteva leggere sotto limite di 55 miglia: Denver 10, tanto per capire. Credo che anche Stephen Hawking avrebbe difeso meglio di quanto facemmo noi e, in attacco, Elway sembrava Bozo il clown, sotto eroina.

Quindi sì sabato notte si è persa una partita, in modo stupido è vero, ma almeno c’è stato qualcosa da seguire e per cui tifare. In quei Super Bowl non ci fu lotta o competizione. Pronti attenti e tutto era finito. Dite che la sconfitta di ieri fa incazzare di più? Perché insomma quando si è surclassati, ci si mette subito l’animo in pace? C’è del vero, anche se da parte mia non mi metto mai l’animo in pace e vedere la mia squadra essere umiliata mi deprime molto più di una sconfitta all’ultimo secondo. Nel combattere fino in fondo c’è un minimo di onore. Sei sconfitto, ma almeno hai lottato. Invece, arrendersi e soccombere subito quando arrivi a un passo dalla gloria massima è solo triste e patetico. La consapevolezza di essere stati umiliati dura ben più a lungo della rabbia.

Comunque anche a seguire la tesi della incazzatura pura e semplice, anche qui abbiamo fatto infinitamente peggio: Era il gennaio del 1997. Il momento più tetro della nostra storia prima di vedere finalmente la luce. Il momento in cui Elway divenne il campione dei perdenti di successo. Semifinale di Conference: da un lato una squadra con un record di 13 vittorie e 3 sconfitte. 9 giocatori al Pro Bowl e l’offensive player dell’anno Terrel Davis. Dall’altra parte i Jacksonville Jaguars record di stagione 9-7. Nella lega da due anni. Delle vere e proprie burbe con nessuna esperienza di post season. Tutto era scritto. Quote per la partita? Vittoria nostra con almeno 14 punti di scarto. E infatti, come da copione andammo sopra di 12 punti nel primo quarto. Da quel punto il buio e 23 a 12 per i Jaguars fino alla rimonta finale infruttuosa. Risultato 30 a 27 per loro. Quella era una squadra che con un Elway alle soglie del ritiro e il miglior running back della storia dei PO avrebbe vinto i due titoli successivi. Quella sì fu una vergogna. Un vero scempio. Quella con i Ravens è stata una pessima, pessima partita, che si sarebbe potuto vincere, ma in cui tutto (a partire dal clima è andato storto, tutto). Quindi tranquilli. L’anno prossimo torneremo più forti ed esperti di prima. O almeno questa è la speranza. La certezza è che siamo a casa, perché non eravamo da titolo. E vaffanculo…

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Categorie: NBA, NFL, Orange & Purple | Tag: , , , , , , , , | 1 commento

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Un pensiero su “Conta solo l’ultima parola

  1. Tifo squadre che mi hanno permesso qualsiasi tipo di sconfitta, quindi ho un discreto bagaglio personale dal quale attingere. Secondo me non c’è paragone tra una sconfitta di 40 punti e una con un hail mary pass….fa molto più male la seconda. Mi si può obiettare che il -40 è arrivato al SB, però io dopo il bobble snap di Romo ai playoff sono stato un’ora a fissare il muro bianco cercando di convincermi che non era successo 😦 non ci sono riuscito.

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