Zdenek Zeman e Sancho Panza

Ci sono tre argomenti che sono vietati ad uno juventino: arbitraggi, calciopoli e zeman (peraltro anche collegati tra loro). Se parli di uno di queste tre cose non sei credibile, sei fazioso, prevenuto, non puoi capire. Correrò il rischio, perché ormai l’emotività dell’evento è scemata e perché io una mezza idea me la sono fatta, ovviamente faziosa, prevenuta e che non riesce a cogliere le sfumature che evidentemente solo chi vive Roma può capire, perché “Zeman non si discute, si ama”: mah.

Gli hanno dedicato pure una via.

Gli hanno dedicato pure una via.

Zeman non difende, ma va difeso. I giocatori hanno impiegato un po’ a capire cosa voleva il suo mister offensivamente [“vedrai che a marzo la Roma vola con Zeman…” (cit.)], ma questo era del tutto fisiologico. Nelle ultime partite, al di là dei risultati altalenanti, l’anima offensiva della squadra era venuta fuori e forse si era raccolto anche meno di quanto prodotto nella metà avversaria del campo. Poi ci sono gli aspetti umorali e difensivi, decisamente insufficienti, ma anche questo scegliendo Zeman a giugno credo potesse essere messo già sul conto del pacchetto completo che si andava ad acquistare. Insomma Zeman stava facendo lo Zeman, un calcio a tratti spettacolare, ma quasi mai realmente efficace. Niente di nuovo. Il fattore che ha attivato la reazione incendiaria è stata l’uscita societaria (nella figura di Sabatini) nella vigilia della partita con il Cagliari, con la quale l’allenatore, che aveva chiesto regole più ferree, veniva sostanzialmente delegittimato.

Il boemo, come qualsiasi altro allenatore, anzi ancor più di quanto necessario a qualsiasi allenatore “normale”, ha bisogno di una società seria e al suo fianco per poter lavorare serenamente e avere un gruppo che lo segua ciecamente. Non che Baldini o Sabatini non siano seri (anche se si potrebbe evitare di fumare in conferenza stampa, vabbè, bon ton), di certo non si fa fatica a capire chi decida cosa. Poi ci sono gli americani che mettono i soldi e vogliono i risultati: a loro che Zeman sia l’idolo delle folle, il paladino dell’onestà, simbolo del calcio pulito, protagonista dei titoloni post conferenza stampa, frega il giusto. Una squadra che non ha equilibrio fuori dal campo, difficilmente riuscirà ad averne in campo, se poi quell’equilibrio in campo lo deve trovare Zdenek è come chiedere alla famiglia Bush di portare la pace nella striscia di Gaza.

Facciamo una breve cronistoria della sua carriera: Zeman, riportano i sacri testi di wikipedia, è una delle scoperte di Marcello Dell’Utri (ha fatto di peggio…), Cinisi, Carini e Palermo (giovanili) sono la palesta prima del debutto nel calcio professionistico, seppur nel suo livello più basso (C2), con il Licata, che guida alla vittoria del campionato nel 1983. Nei successivi 30 anni, il nipote di Vycpalek, allenerà 14 squadre diverse, alcune delle quali (Foggia, Lecce, Roma) passandoci anche più volte. Il suo capolavoro è il Foggia dei primi anni 90, dove resta per 5 anni (record per lui) e dove si mette definitivamente sulla mappa del calcio giocato: giovani portati alla ribalta, calcio spettacolo, tanti gol e tifosi in brodo di giuggiole.

Arrivano gli anni di Roma, 5 anni ben divisi su entrambe le sponde del Tevere, contro il vento del Nord. Il gioco è sempre lo stesso, ma questi anni lo mettono anche sulla mappa del calcio non giocato: le farmacie, la Juve, Moggi…un discorso che ci porterebbe troppo distante dall’attualità e che è stato spesso fonte di distrazione, nel bene e nel male, per la carriera di Zeman.

La Stella Rossa di Belgrado nel 2008 è la sua seconda esperienza (fallimentare) estera che sembra porre fine alla sua carriera, ma nel 2010 il boemo risorge dalle ceneri (della sua fedele sigaretta) e ritorna per la terza volta a Foggia, per ripartire. L’annata non porta successi sul campo (niente promozione), ma si ritorna a vedere il calcio zemaniano che aveva entusiasmato le folle (67 gol fatti, 58 subiti, in 34 partite, 10 punti dai playoff), è la rampa di lancio che lo riporta nel calcio “che conta”: la serie B vinta l’anno scorso con il Pescara con 90 gol in 42 partite. La scoperta di giovani giocatori come Verratti, Immobile, Insigne (già avuto a Foggia l’anno precedente) gli schiude le porte della A, ancora sul Tevere, dove non hanno mai smesso di amarlo, ci dicono.

Gradoni, ao'!

Gradoni, ao’!

I suoi estimatori rispuntano fuori come funghi a settembre, ancora ammaliati dalla favola del moderno Don Chisciotte, risvegliando quel sempre sano anti-juventinismo su cui si è basata buona parte della sua popolarità. Ma parliamo di calcio ed è qui che secondo me c’è il più grande equivoco del credo tattico di Zeman: la sensazione che solo scoprendosi maldestramente si possano creare occasioni da gol. Dover andare all’arrembaggio per creare occasioni di gol, vuol dire non essere capaci di allenare. Creare occasioni da gol, restando equilibrati, è il compito di un buon allenatore, poi farlo con 3 attaccanti, con gli inserimenti dei centrocampisti, spingendo sulle ali, con le sponde, con le sovrapposizioni dei terzini, ecc ecc…lì ognuno ci mette qualcosa di proprio. Ma l’equilibrio è alla base di tutto, ciò non toglie che poi una squadra si trovi a sbilanciarsi in un verso o nell’altro durante una partita, ma l’impostazione di base deve essere equilibrata, ad ogni livello di calcio, dalla terza categoria alla Champions League.

Non è un caso, secondo me, che giocare contro la Roma che abbiamo visto in questi 5 mesi non sia stato poi così da rompicapo. Ovviamente parliamo di un organico offensivo di primissimo livello in Italia, ma un atteggiamento tattico del genere non credo abbia bisogno di un “piano partita” chissà quanto articolato. A me, per esempio, ha francamente imbarazzato quanto visto con il Cagliari: bastava una palla lanciata a tagliare il campo, spesso verso la fascia sinistra dei sardi, che la difesa andava in confusione. Marquinhos (che peraltro sembra avere buone doti individuali) in un contesto tattico come quello fa tenerezza, lasciato spesso in balìa degli avversari; Dodò (non quello dell’albero azzurro) che giocava dalla sua parte, ha un rapporto conflittuale con la metà campo difensiva, peraltro giocando costantemente così alto immagino che seguisse anche dei dettami arrivati dalla panchina, il che non sorprende affatto. Nei primi 4 minuti della partita per ben due volte la prateria ha prodotto pericoli, il secondo del quale ha generato l’1 a 0. 2 volte nei primi 4 minuti. Metterci una pezza? Quando mai?! Al resto poi ci pensavano la velocità di Ibarbo e Sau (che il boemo doveva conoscere pure bene), ma niente. La differenza tra fede ed ottusità a volte non c’è.

Come sembra un po’ da ottusi l’ostinarsi a dover per forza “inventare” i giocatori, comprare i greci della B e pretendere che siano uguali, se non meglio, ai De Rossi. Poi se vinci il genio sei tu che hai “inventato” Tizio o Caio, se perdi “eeeeeh…ma c’ha i giocatori scarsi….”, è una win-win situation o, per dirla in maniera più maccheronica, un po’ da paraculi. Quando le cose già a novembre/dicembre stentavano a prender la retta via, il boemo c’ha provato anche con un altro dei suoi cavalli di battaglia: l’errore arbitrale, ma non solo, anche il campo troppo bagnato, la sfortuna, ecc ecc. Ma in pochi l’hanno seguito questa volta. Ecco, un altro dei difetti principali che gli si può riconoscere, senza temere troppe smentite, è la totale incapacità di fare autocritica e non parlo esclusivamente a mezzo stampa, dove in pochi e in rare occasioni riescono a dire “ho sbagliato”, ma per lo meno cercando di correggersi nelle partite successive: giammai. Se perdo è colpa dell’arbitro, dell’episodio, del complotto, mai che io riesca a mettere in campo una squadra più equilibrata e più solida sul lungo periodo. La gestione del portiere poi quest’anno è stata imbarazzante, tanto quanto le prestazioni dei portieri stessi. Ma fare uno sforzo economico per arrivare a Julio Cesar in estate?! Meglio “scoprire” Goicoechea…anche se qui si chiude il cerchio dove finiscono i (tanti) demeriti dell’allenatore e dove iniziano i (tanti) demeriti di una società che si presentava con tutt’altre credenziali.

Chiudiamo rievocando le immagini dell’altro giorno, con Zdenek che torna a Trigoria per recuperare la sua macchina, all’uscita dai cancelli dei tifosi gli manifestano ancora il loro affetto, uno in particolare si eleva sugli altri, gli consegna l’abbonamento “io l’ho fatto pe te, nun ce vado più a vede a roma”. Ma questo già sorprende meno, d’altronde anche Don Chisciotte aveva il suo Sancho Panza.

Donchisciotte_Sanchopanza

Contro i nemici.

Categorie: Calcio | Tag: , , , , , | 4 commenti

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4 pensieri su “Zdenek Zeman e Sancho Panza

  1. robys90

    Secondo me Zeman è un allenatore alla FIFA, mi spiego meglio, quasi tutti hanno giocato alla play o xbox al FIFA 12 o 13 o 48, e tutti mettevano sempre la formazione più offensiva possibile perchè lo 0-0 o il catenaccio non è contemplato. Ecco, secondo me Zeman rappresenta l’idea del tifoso per cui bisogna sempre e comunque attaccare, mai fermarsi, provare ad offrire il miglior spettacolo possibile segnando più gol possibile. Questa mentalità può andare bene in un Catania, Fiorentina, Udinese, Parma, Genoa, Sampdoria in tutte quelle squadre che sono nel limbo tra la salvezza (mai in discussione perchè ce ne sono di peggio) e l’Europa (mai realmente fattibile perchè ci sono squadre troppo forti), senza grandi aspettative e dopo si può stupire con un buon campionato, a mio parere è questa la dimensione di Zeman, guarda caso uguale a quella di un’altro allenatore che ha fatto discretamente con Chievo (molto bene a dire il vero) e Samp, per poi affondare con la Juve, Del Neri.

  2. bene, bravo, bis. ci sta (cit.)

    • Se non sei ironico….mi devo preoccupare, detto da uno zemaniano convinto come te, mi viene il dubbio di non essere stato troppo duro 😀

      • Sono ironico, è chiaro! 😀
        E comunque io sono zemaniano ma nè stupido nè cieco, certe cose le ho sempre viste anche io…semplicemente pensavo erroneamente che il gioco valesse la candela

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