Non tutti i record sono fatti per essere battuti

Mosca...bianca

Mosca…bianca

Sono nato nel 1981 e sono cresciuto con la passione per lo sport, anzi per gli sport. L’atletica non poteva mancare nella mia faretra, da Stoccarda ’93 fino a Siviglia ’99, passando per Goteborg (iotebori, svezia, cit.), Atene ed Atlanta, ho registrato in VHS ogni finale, ho raccolto ritagli di giornale ed ho vissuto nei miti di record che arrivavano da un passato che non avevo vissuto. Ed è così che la morte di Pietro Mennea colpisce chiunque, da chi ha 50 60 anni a chi ne ha 20, le sue gesta ci raccontano di un mito sportivo che va al di là del tempo, una mosca bianca e le parole mosca e bianca assumono dei connotati ulteriori oltre che al semplice modo di dire.

Mennea fa parte di quegli atleti che hanno corso/saltato/lanciato nel futuro, hanno portato i limiti umani su livelli impensabili e il tempo che questi limiti sono resistiti ne descrive la grandezza: Pietro corre i famosi 200m di Città del Messico in 19″72, togliendo quasi un decimo al precedente primato di Tommie Smith che resisteva da 11 anni. È il 1979, il “topolino” Mike Marsh si fermò ad un centesimo nelle semifinali olimpiche del 1992 e non riuscì a replicarsi in finale, pur vincendo quell’oro. Bisogna aspettare altri 4 anni e l’incedere impettito di Michael Johnson per far cadere quel record: 19″66 (ai trial olimpici) e poi quel 19″32 da “siluro, palla di fucile” (cit. telecronaca Bragagna) nella finale olimpica che ti fa pensare “questo durerà altri 30 anni”, ma non avevamo fatto il conto con Bolt.

E’ del 1979 anche il primo record di Sebastian Coe, ora Barone. Atleta da copertina della scuola britannica del mezzofondo. Il suo tempo sugli 800 metri è stata l’ossessione di mezza Africa per quasi 30 anni. Nel 1981, Coe aveva portato il limite ad 1’41″73, ed è quasi poetico che Wilson Kipketer all’ennesimo tentativo fece segnare proprio lo stesso tempo al centesimo, erano passati 26 anni. Un mese dopo aveva abbassato per ben due volte quel limite portandolo ad 1’41″11. Curioso che però quando lo fece era ormai da anni un atleta…danese, ed è così che bisogna aspettare il purosangue keniano Rudisha per avere il primo africano nella lista dei recordman degli 800: abbassa il limite per ben 3 volte, la seconda a Rieti (dove andava spesso anche il “danese” per i suoi tentativi di record) e l’ultima nella finale olimpica di Londra 2012, senza lepri a fargli il ritmo, semplicemente stratosferico. Se c’è qualcuno che può far diventare realtà il sogno di Kipketer del doppio giro sotto i 50″ è proprio lui, sin dalla prossima estate.

Sergey Bubka si prende il record a 21 anni con 5.85, nel 1984, il francese Thierry Vigneron, anche lui plurirecordman, prova a contrastarlo ma dal 1985 in poi è un crescendo tutto sovietico prima, ucraino poi. Centimetro dopo centimetro lo porta a 6.14. Togliendo Bubka il massimo mondiale è a 6.05 con Tarasov (1999) e Markov (2001), tutt’ora il club dei 6metri ha una decina di iscritti, lui ci era riuscito per la prima volta nel 1985.

Tralasciando le cinesi con il loro sangue di tartaruga e le atleti della DDR (qualcuno ha detto Kratochvilova?! Non io, visto che era cecoslovacca, ma comunque l’influenza del doping di regime arrivò anche lì) non si può tacere delle pedane del salto e del lungo maschili, perché se da una parte Sotomayor ha dimostrato negli anni di valere certe misure in una disciplina che comunque ha vissuto anni di “depressione”, quello di Bob Beamon a Città del Messico resta una delle prestazioni più inspiegabili dell’atletica leggera: all’epoca il record del mondo era di 8.35, fatto nel 1967 sempre in altura, la miglior prestazione di Bob prima e dopo quel salto era di 8.33…è quindi comprensibile la volontà di non credere ai propri occhi quando i giudici se lo vedono atterrare esattamente 8 metri e 90 centimetri dopo la pedanda di stacco, con un vento di una inezia dentro i limiti consentiti (2.0 metri al secondo). Un limite che resisterà per 23 anni, battuto nella gara di salto in lungo più bella di sempre, quella dei campionati mondiali di Tokyo ’91, da Mike Powell.

Una gara fuori dal tempo

Una gara fuori dal tempo

Quella gara merita un paragrafo a parte, è uno dei miei primi ricordi di atletica vista alla tv, all’ora di pranzo italiana: Carl Lewis aveva saltato 8.83 ventoso al terzo tentativo, fino a quel momento nessun umano era riuscito a saltare più di 8.80 senza vento e non in altura, quindi si poteva ritenere vagamente conclusa la gara. In realtà era solo l’inizio Lewis si migliora ancora, supera l’8.90 di Beamon di un centimetro, ma ancora con troppo vento per essere considerato valido per il libro dei record. Ed è a quel punto che, con il vento che dà un attimo di tregua, che succede l’impensabile, Powell salta 8.95, balza in testa alla finale mondiale e abbatte il muro (andava di moda all’epoca) issato 23 anni prima. Gara finita? Ni, perché negli ultimi 2 salti Lewis fa 8.87 e 8.84, senza vento, che sono tutt’ora rispettivamente la terza e la quinta prestazione di sempre.

Mennea, pur se oggi ci ha lasciato, è e resterà sempre tra tutti questi campioni, che con le loro prodezze sono entrati nell’olimpo degli uomini senza tempo.

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Categorie: Amarcord, Atletica | Tag: , , , , , , | Lascia un commento

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