NFL Draft Stories – 2000

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Draft 2000 e già me la vedo quella manciata di nostri lettori anti-Patriots che esclama “oh nooo….ancora la storia di Tom Brady scelto al sesto giro”, e invece no, questo pezzo vi sorprenderà perché parleremo d’altro. E parlare d’altro nel draft 2000 equivale, per me, a due storie: quella di Ron Dayne e quella di Sebastian Janikowski e del mondo Raiders che l’ha partorita.

Quando, nel 1936, dopo la sua morte, John Heisman divenne anche il nome del premio del miglior giocatore collegiale annuale non pensava di diventare, dagli anni 90 in poi, una sorta di maledizione. Per chiarirci, non siamo ai livelli della copertina di Madden, ma contestualizziamo e dedichiamo un attimo ai vincitori di questo premio dal 1990 al 1999 (non che considerando i successivi la percentuale di successo migliori poi tanto).

State lontani da me....

State lontani da me….

Nel 1990 lo vince Ty Detmer, se avete letto l’articolo dedicato allo scorso draft saprete che per lo meno una decina di anni in NFL se li è fatti, pur cambiando 5 squadre, giocando solo 54 partite di cui 25 da titolare e lanciano 34 TD in carriera. Peraltro fu draftato al nono giro del draft 1992 dai Green Bay Packers che lo presero come backup di Favre (ancora!!!). Nel 1991 il premio va a Desmond Howard, che non è un omonimo dell’attuale commentatore di ESPN per il college football, è proprio lui: nella sua carriera professionistica iniziata con una quarta scelta assoluta, ci sono 6 squadre in 10 anni e 7 TD su ricezione, nell’ultimo anno a Michigan ne mise a segno 19. Il 1992 vede trionfare, non credo esclusivamente per il nome, Gino Torretta, QB dei Miami Hurricanes. I pro non lo ritengono meritevole di una scelta migliore di un settimo giro, ma Gino aspetta con pazienza la sua occasione, passa il primo anno sulla sideline dei Vikings, 0 apparizioni, allora cambia squadra, va a Detroit, ma anche lì tutto l’anno sulla sideline, quindi si scoccia e minaccia di andare in Europa, ma San Francisco lo richiama, 2 anni da loro…e indovinate? 0 presenze. Non gioca mai, ma nel 1996, all’ultima partita della stagione, i Seattle Seahawks lo buttano nella mischia!! Prova 16 lanci, 5 vengono capiti dai suoi ricevitori, uno porta addirittura al TD della vittoria ricevuto da Joey Galloway. 1 partita, 1 vittoria. Nel 1997 dopo altre 16 domeniche passate in panchina tra Seattle e Indianapolis si ritira, una carriera che non ha conosciuto sconfitta, PERFETTO.

Nel 1993 vince Charlie Ward, 26esima scelta assoluta del draft del 1994….di basket però: play dei New York Knicks che con Latrell Sprewell sfiorano il titolo nella stagione dimezzata del 1999. Nel 1994 tocca a Rashaan Salaam non invertire questa tendenza. Finalmente nel 1995 Eddie George interrompe la striscia, lui una carriera NFL e di alto livello se l’è costruita, nonostante l’Heisman: 4 Pro Bowl consecutivi dal 1997 al 2000, anno in cui è nominato anche first team all-pro, ma soprattutto entra a far parte del club esclusivo che richiede come caratteristica per essere ammessi quella di aver corso almeno 10.000 yard. Danny Wuerffel, il vincitore del 1996, lancia 12 TD tra i pro e nel 2000 lo troviamo addirittura in Europa e “protagonista” dell’expansion draft 2002 dei Texans. Quello del 1997 ci dà un attimo di tregua: unico difensore ad aver mai vinto l’Heisman Trophy, Charles Woodson gioca ancora in NFL (anche se i più maligni avrebbero da ridire) e sicuramente entrerà in Hall of Fame tra qualche anno.

Il meglio deve ancora venire...forse

Il meglio deve ancora venire…forse no, Ron.

Di Ricky Williams abbiamo già parlato, Ed eccoci al 1999: Ron Dayne. Ron è il classico RB da Big10, a Wisconsin gioca delle stagioni memorabili che, notizia di inizio marzo, l’hanno portato tra i possibili giocatori che quest’anno potrebbero entrare nella hall of fame della NCAA, assieme a LaDainian Tomlinson. Entriamo ancora più nel merito della sua carriera collegiale, perché ne vale la pena: il RB dei Badgers in 4 anni corre la bellezza di 7125 yard (bowl compresi), in 2 stagioni va sopra le 2000, nel suo anno da freshman ne corre 2109, ah, quasi dimenticavo, le 7125 yard corse al college sono solamente il massimo all-time di un RB in NCAA Division 1-A (ora FBS), secondo in classifica? Ricky Williams con 6279, quasi mille yard di differenza (e sarebbe stato battuto comunque anche senza considerare i bowl). Basta per descriverne la grandezza? Se avete qualche dubbio, beccatevi gli highlights dei due Rose Bowl che domina: in quello del 1999 i suoi Wisconsin Badgers arrivavano come sfavoriti contro una sorprendente UCLA che era stata in lizza per giocarsi la finale nazionale sino all’ultima giornata in cui perse l’imbattibilità. Dayne in quella partita (vinta per 38 a 21) corre “soltanto” 246 yard e mette a segno 4 TD, il primo da 54 yard al termine delle quali ammette di aver vomitato per la contentezza. L’anno successivo, in quella che è la sua ultima partita al college, sempre a Pasadena, trova questa volta Stanford: lui, come tutta la squadra, gioca un pessimo primo tempo che si chiude 9-3 per gli avversari, ma nella ripresa cambia marcia, aggiunge 154 yard alle sole 46 già corse e nel terzo quarto mette a segno il TD del sorpasso che si rivelerà poi definitivo.

Con queste prerogative, trovarlo scelto solo alla undicesima assoluta fa storcere un po’ il naso, addirittura come terzo RB selezionato dietro a Jamal Lewis e Thomas Jones. Provo ad azzardare una spiegazione: troppo grosso e con uno stile di corsa tanto dominante a livello collegiale, quanto non per forza produttivo in NFL. Dayne corre sopra gli avversari, alla bulldozer, non è detto che gli riesca anche tra i professionisti. Fatto sta che i Giants se lo vedono arrivare e decidono di affiancarlo a Tiki Barber, completamento perfetto, antesignano del sistema a due runningback che diverrà di moda qualche anno dopo: il tuono e il fulmine corrono rispettivamente 228 e 213 volte, molto più efficiente Tiki che supera le 1000 yard e mette a segno 8 TD, si difende Ron con 770 yard e 5TD, ma le statistiche passano in secondo piano quando la tua squadra vince 12 partite, si qualifica per i playoff e arriva addirittura a disputare il Super Bowl poi perso con i Baltimore Ravens. L’MVP di quella partita fu, non a caso, Ray Lewis, a capo di una difesa in grado di annullare praticamente l’attacco su corsa dei Giants  (l’altro RB rookie, Jamal Lewis, corse per 102 yard, ndr).

E lo chiamavan...Ron Dayne

E lo chiamavano…Ron Dayne

Dopo una stagione del genere, uno si aspetta di aver visto solo la punta dell’iceberg, invece Ron stenta, le portate non aumentano e la media resta costantemente inferiore alle 4 yard. L’head coach dei Giants, Jim Fassel, inizia a perdere la pazienza, gli chiede di diminuire di peso e non ottiene risultati, allora lo trasforma in un RB situazionale, da corto yardaggio e goal line offense. Le 228 portate del suo anno da rookie invece che essere un trampolino sono il picco più alto: nelle successive 3 stagioni porta la palla 180, 125 e 52 volte, il segnale è chiaro, i Giants, che nel frattempo cambiano anche l’allenatore capo (arriva Tom Coughlin), lo lasciano scadere e Dayne sonda il mercato dei free agent.

Denver gli dà una chance, almeno sulla carta, perché sul campo Dayne è il RB3, davanti a lui ci sono Mike Anderson con il suo saluto militare e Tatum Bell. Il nostro “eroe” ha però il palcoscenico quando meno se l’aspetta: nella partita del Thanksgiving, con tutta l’America che lo osserva attraverso il sedere di un tacchino ripieno, Ron è titolare a Dallas, contro i Cowboys (‘tacci sua…, ndr) corre per 98 yard segnando un TD, trascinando i suoi alla vittoria e aggiudicandosi l’ambitisssssimo All-Iron Award, il premio per l’MVP della partita texana nel giorno di festa statunitense.

Non gli basta per conquistarsi la conferma, firma un biennale con la giovane franchigia degli Houston Texans. Nel secondo anno, nel 2007, grazie anche all’infortunio che colpisce il titolare Ahamad Green mette a segno il suo massimo stagionale in carriera, 773 yard con una media che finalmente lambisce le 4 yard per portata. È però il canto del cigno: forse deluso dalle poche portate che negli anni gli sono state concesse (mai sopra le 200 a parte la prima stagione), forse ancora influenzato dalla grandezza espressa tra i collegiali e mai minimamente replicata tra i pro, Ron Dayne all’età di 29 anni decide di ritirarsi. Nelle 8 stagioni tra i pro ha corso 983 volte guadagnando 3.722 yard, nelle 4 stagioni a Wisconsin gli avevano dato la palla 1220 volte per un guadagno complessivo di 7.125 yard, due volti di una stessa medaglia.

Adesso ho bisogno del vostro aiuto per cercare di dare una parvenza di logica allo psicodramma che ha generato la 17a scelta assoluta del draft 2000. Con essa, gli Oakland Raiders selezionano Sebastian Janikowski, di origine e di fegato polacco, professione kicker. Io una spiegazione gliela voglio dare, ma siete liberi di prendermi per pazzo. Partiamo dal presupposto che benché Al Davis non sia stato l’unico a selezionare un kicker/punter al primo giro, di sicuro è stato l’ultimo. Charlie Gogolak (Redskins, 6a assoluta, 1966), Ray Guy (Raiders, allora Al è un vizio, anzi un vezzo, 1973), Steve Little (Cardinals, 1978) e Russell Erxleben (Saints, 1979) sono i suoi predecessori, provenienti da un’altra era, in cui, azzardo, punteggi più bassi rendevano ancor più importante l’avere un kicker fuoriclasse. Fatto sta che dal 1979 al 2012 nessun altro ha draftato un K al primo giro, nemmeno i Jaguars.

Mi sa che ho fatto la cazzata, vero?

Mi sa che ho fatto la cazzata, vero?

Allora come lo voglio giustificare? Quanto meno all’epoca il K era uno dei need della squadra, che ne aveva cambiati 4 negli ultimi 3 anni, per di più, l’ultimo titolare, Michael Husted aveva concluso la stagione 1999 con la pessima percentuale di 64,5 di realizzazione, la peggiore della NFL in quell’annata tra i K con un numero di calci significativo. Questo non deve essere andato giù al vecchio Al, anche considerando che delle 8 sconfitte giunte in RS nessuna aveva portato un distacco maggiore dei 7 punti. Insomma il problema era un nervo scoperto. Certo draftare il comunque potentissimo kicker da Florida State con il primo giro può essere considerata benissimo una overreaction. In ultimo, con il senno del poi, escluso il RB Shaun Alexander, scelto alla 19, non è che il resto del primo giro abbia regalato chissà quali perle. Curiosità nella curiosità, prima di andare a ripercorrere la carriera del polacco in campo e nei bar, vale la pena sottolineare che al quinto giro di quello stesso draft i Raiders scelsero anche Shane Lechler: i due rappresentano tuttora, a 13 anni di distanza, una delle migliori coppie di kicker+punter della NFL (con Shane che a “tempo perso” fa anche l’holder per i calci di Sebastian).

Eppure, come accade per tutti, anche per quelli che vengono scelti al settimo o addirittura finiscono undrafted, la carriera sportiva di Janikowski ha avuto un paio di momenti difficili in cui ha addirittura rischiato il taglio. Pronti via e Sebastian conclude la sua stagione da rookie con percentuali degne del suo predecessore: 68,8%. Ma sin dall’anno successivo inizia a viaggiare su statistiche molto più a lui congeniali, ovvero l’82%. Al momento ha messo a segno il 80,5% dei calci tentati, il che lo piazza al 31esimo posto all-time, ben distante dall’86.5% del leader, Mike Vanderjagt, un altro kicker con il vizio del bicchiere sempre pieno, nonostante si impegnasse ogni volta a svuotarlo, sarà il ruolo che ti porta a bere?!

Una pedata...da record

Una pedata…da record

Il polacco entra in NFL con 3 obiettivi principali: il primo è vincere un Super Bowl, ci va vicino nel 2002, quando perde malamente la finale con i Tampa Bay Buccaneers, senza chance importanti per mettersi in mostra. Il secondo obiettivo è battere il record di FG più lungo messo a segno, il terzo è di batterlo di nuovo. Dopo svariati tentativi, uno addirittura dalle immaginifiche 76 yard, nel 2011 Jani riesce a raggiungere il suo target, infilando un calcio dalle 63 yard in chiusura di secondo quarto nella sfida in altura in casa dei Broncos. Record che attualmente detiene in coabitazione con Tom Dempsey (1970), Jason Elam (1998) e David Akers (2011).

Oltre a questo record, il giocatore dei Raiders è andato sotto ai riflettori della cronaca sportiva anche per essere stato per ben due volte il kicker più pagato della NFL: la prima volta nel 2003, con l’estensione contrattuale che l’ha portato a guadagnare 10 milioni in 5 anni e poi successivamente, con la firma che nel 2011 gli permetterà di guadagnare 16 milioni fino al 2015.

Ma lui, da buon polacco, non fa parlare di sé solo per meriti sportivi. Il bar è la sua seconda casa: in tenera età, ai tempi dei Florida State Seminoles, viene arrestato 4 volte, 3 delle quali collegate a risse nei saloon, la quarta invece per possesso di alcolici in età in cui non gli era consentito. Arrivato tra i pro, passano pochi giorni che viene incriminato per tentata corruzione, spiegherà poi che in realtà lui stava solo tentando di pagare la multa che aveva subito il suo amico, evita così l’estradizione e viene scagionato. Pochi giorni dopo lo fermano a Tallahassee, città che ospita il campus dei Seminoles, in possesso dell’acido GHB, tristemente noto anche come droga dello stupro. Le guide in stato di ubriachezza (DUI) si sprecano in questi anni e nel 2003 fa ancora in tempo a tornare al suo amore adolescenziale, la rissa: ne fa scoppiare una fuori da un ristorante, ma le prove sono insufficienti e le accuse cadono: pulito.

Categorie: Amarcord, Draft Stories, NFL | Tag: , , , , , , , , , | 1 commento

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Un pensiero su “NFL Draft Stories – 2000

  1. Eppure passerà comunque come una delle migliori prime scelte fatte mai dai Raiders…. 😀

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