NFL Draft Stories – 2001

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I piatti principali del draft 2001 li andiamo a pescare al secondo giro, ma un paio di paragrafi dedichiamoli anche ad una storia che molti di voi già conosceranno. Perché anche chi non segue l’NFL ha sentito parlare di O.J. Simpson e la storia che colpisce Michael Vick è paragonabile come portata mediatica alla vicenda dell’uomo con le mani più grandi dei guanti che (non) indossava, che recitò anche nelle “pallottole spuntate”.

Le battaglie sanguinarie tra cani, le scommesse, le uccisioni degli stessi, i traffici illeciti che c’erano dietro, hanno sconquassato la vita di Michael Vick, l’hanno portato in prigione per 2 anni, fuori dalla NFL per 3. Quando scoppia il caso, Vick ha 26 anni ed è un giocatore che ha già spaccato in due l’America dal punto di vista sportivo, interpreta il ruolo di QB in maniera nuova, rivoluzionaria, è comunque uno degli uomini di copertina della lega, non ci dilunghiamo sui milioni di dollari che perde con questa bruttissima faccenda e non lo facciamo nemmeno sulla storia della “seconda chance” tanto cara agli americani e ai tifosi degli Eagles.

Quello che trova spazio in queste righe è l’antefatto a tutto questo, parliamo di draft, parliamo proprio del giorno del draft. Atlanta non ha la prima scelta assoluta, ha la quinta, la prima appartiene ai Chargers e qui avviene un fatto abbastanza raro: prima del 2001 era accaduto per esempio a John Elway, dopo di questo draft accadrà ad Eli Manning (con i Chargers di nuovo coinvolti), la prima scelta viene scambiata, in questo caso ancor prima che le squadre selezionino il giocatore.

Cosa ho fatto?!?!

Cosa ho fatto?!?!

I Falcons quindi salgono alla prima scelta assoluta per andare a prendere Vick, San Diego, oltre alla quinta, riceve la terza di quell’anno, la seconda dell’anno successivo e il ricevitore/ritornatore Tim Dwight. Nell’analisi della trade partiamo proprio da quest’ultimo: Tim vive il suo massimo momento di celebrità nell’anno da rookie, quando con i Falcons gioca il Super Bowl XXXIII, non fortunato per la sua squadra che perde 34-19 contro i Broncos di Elway, ma un po’ meglio per lui che nel quarto periodo, a partita già ampiamente decisa, ritorna un kickoff per 98 yard fino alla endzone avversaria. Per il resto è un giocatore onesto che vivacchia in NFL per una decina di stagioni. La seconda scelta 2002 diventa Reche “occhi spiritati” Caldwell, una carriera da terzo, se non quarto ricevitore, che balza, ahilui, alle cronache proprio grazie a quella sua reazione (che vedete qui sopra) in maglia Patriots, droppando un lancio fondamentale nel Championship della stagione 2006 contro i Colts, poi vittoriosi. La terza scelta 2001 è Tay Cody, cornerback che nel 2005 troviamo già in Canada.

Manca ancora un pezzo da adagiare sulla bilancia a due piatti della trade ed è quello che manda a fondo scala il braccio di San Diego. La quinta scelta assoluta del 2001 è nientepopodimenoché LaDainian Tomlinson! Sentenzio: il giocatore più forte della storia della lega, tra quelli che non hanno mai vinto un anello. Me la passate? Non mi va nemmeno di stare a descriverlo attraverso cifre, premi, statistiche, imprese. Dico solo che nel 2011 si è ritirato e la sua esultanza tipica a me manca già.

Uno che invece non mi manca per niente, da tifoso cowboy, è Quincy Carter. Credo non manchi nemmeno poi più di tanto alla sua ex ragazza che 3 anni fa tentò di strangolare, dopo averla picchiata selvaggiamente, “rea” di avergli fatto notare che s’era rotta il ca**o di stare con uno che tornava a casa sempre fatto/ubriaco e aveva intenzione di lasciarlo. Ma a quel punto la sua carriera sportiva era già finita da un pezzo. Una carriera poliedrica: il nostro Quincy infatti, dopo aver dato parola alle Yellow Jackets di Georgia Tech di essere il loro QB nella stagione 1996, veniva draftato dai Chicago Cubs, in MLB (ehm…tifo anche Cubs, allora era destino, ndr). L’occasione di diventare subito professionista senza passare dal college lo allettava a tal punto che iniziò la carriera da giocatore di baseball dalle minors. I risultati però stentarono ad arrivare (media in battuta tra i .210 e i .250) e così, 2 anni dopo, nel 1998 decideva di tornare al suo primo amore, il football e dava il via alla sua carriera collegiale con i Georgia Bulldogs. Dopo le prime due stagioni di livello medio, arrivava l’anno da junior con prestazioni scadenti e problemi fisici. Tutto lasciava presagire la necessità di un altro anno al college per completare il suo bagaglio tecnico-tattico di QB con la doppia arma (corsa+passaggio) ancora da affinare, ma come un fulmine a ciel sereno arrivava la sua dichiarazione di eleggibilità al draft 2001 e, ancora più sorprendete, fu il fatto che venne scelto all’interno del secondo giro dai Dallas Cowboys di un visionario Jerry Jones.

Mi sa che ho fatto la cazzata, vero?

Mi sa che ho fatto la cazzata, vero?

Siamo nel bel mezzo del trittico di stagioni che finiscono con un record di 5-11. I Cowboys sono orfani di Troy Aikman (ritiratosi giusto l’anno prima) e alla disperata ricerca di qualcosa di presentabile da poter posizionare dietro al centro. Nella stagione da rookie, Carter partirà titolare in 8 partite (le cronache di allora ci raccontano di un primo lancio tra i pro che oltrepassa i limiti inferiori della decenza e forse anche quelli dell’indecenza, ho cercato un contributo video ma non l’ho trovato, peccato), il restante della regular season se lo divisero in maniera praticamente equivalente Anthony Wright, Clint Stoerner (chi????) e….rullo di tamburi…Ryan Leaf. Archiviata la prima stagione senza troppi meriti, ad impensierire il suo ruolo da titolare viene firmato Chad Hutchinson (un altro che aveva provato e fallito con il baseball): Quincy vive ancora di alti (vabbè…non proprio alti, diciamo medi) e bassi, il momento più difficile arriva quando, durante l’ennessima partita oscena, sulla sideline litiga con il padre padrone Jerry Jones (che il vizio di stare sulla sideline ce l’ha sempre avuto). Uno potrebbe pensare che una pazzia del genere sia la pietra tombale sulla sua vita a Dallas, invece il prodotto di Georgia riesce in qualche modo a ri-soffiare il posto ad Hutchinson (vabbè, avessi detto Tom Brady) e si issa a idolo delle folle quando il giorno del suo 25esimo compleanno completa una rimonta ai danni dei Panthers con due TD negli ultimi 4 minuti, il primo dei quali arrivato dopo un’azione di 80 yard per Joey Galloway (che è pur sempre uno che ha ricevuto un TD anche da Gino Torretta, ricordate?).

A fine stagione il GM Jerry Jones cambia HC, a Dallas arriva il grande tonno: Bill Parcells potrebbe far saltare in tempo zero la testa di Carter, invece incredibilmente lo tiene alla guida dell’attacco, addirittura quella del 2003 è la prima stagione che Carter guida completamente, senza infortuni o alzate di ingegno. 16 partite da titolare nelle quali lancia 17 TD e genera la bellezza di 31 palle perse (21 intercetti più 10 fumble), nessun ricevitore supera le 1000 yard o i 5 TD personali, nel backfield non c’è più nemmeno Emmitt Smith, ma i Cowboys vincono 10 partite e si qualificano ai playoff, come tutto questo sia stato possibile è uno dei misteri francamente meno spiegabili della storia dello sport.

È talmente inspiegabile che a Valley Ranch non si fanno convincere: durante l’offseason arriva il taglio di Carter che intanto aveva criticato aspramente gli ingaggi di Vinnie Testaverde e Drew Henson (toh, un’altro giocatore di baseball…forse i Cowboys dovevano scegliere dei catcher invece che dei ricevitori), poi si era fatto beccare positivo a test antidroga ed infine gli avevano diagnosticato dei gravi disordini mentali, più precisamente del bipolarismo. Brutta storia.

Nonostante tutto lo cercano i New York Jets e percorre il tragitto inverso di Testaverde per andare a fare il backup di Chad Pennington. In realtà i problemi fisici e soprattutto quelli con la droga lo rendono un personaggio che difficilmente può restare a roster in maniera continuativa in NFL: arriva quindi il taglio anche da parte dei Jets che non gli concedono alcuna chance di dimostrare in qualche modo il suo valore sportivo. Con la NFL ha chiuso, ma non si dà per vinto, anche lui (come Ricky Williams) sa che in Canada non ci sono controlli antidoping, ci prova, ma un conto è non subire squalifiche, un conto è non riuscire a tenere gli occhi aperti durante le partite: i Montreal Alouettes lo tagliano giustificando l’atto con “questo qua è più pieno di un uovo”.

La figurina di Quincy Carter

La figurina di Quincy Carter

Torna negli States e prova tutte le leghe possibili di football al coperto: AF2, AFL ed Indoor Football League, capite da soli che non ha successo in nessuna di esse. Oltre ai continui problemi con l’etilometro e con la polizia decide che la sua esperienza (?) deve essere messa a disposizione dei più giovani e apre una scuola per quarterback: io voglio capire cosa possa spingere un genitore a portare il proprio figlio a “scuola” da Quincy Carter, non ho idea di quanti “studenti” si siano iscritti ai suoi corsi, ma voglio immaginarmi un fanciullo di nome JaMarcus che si siede in prima fila in aula, con il quadernino a quadretti, matita, gomma e grembiule, allora tutto avrebbe un senso. Mentre nessun senso può avere una pagina di questo genere, in cui vendono sue card autografate fino a 110 dollari, nessun abuso di alcun tipo di droga potrà mai spingerti a comprarle. Nemmeno quella che veniva trasportata grazie al “finanziamento” di Travis Henry.

Quasi come per Ricky Williams, quando si parla di Travis Henry non si sa mai da che punto cominciare, cerco di rendere le cose il più facili possibili iniziando semplicemente dall’inizio: arriva ai Tennessee Volunteers nel 1997, giusto in tempo per incrociarsi con il QB, all’epoca senior, Peyton Manning (che poi tornerà in questa storia). Scherzo del destino, i Vols diventano campioni nazionali (per la sesta e ultima volta nella loro storia, 31 anni dopo l’ultimo titolo) proprio nella stagione successiva, dopo aver perso il loro “asso”, peraltro superando una schedule durissima, non conoscendo sconfitta alcuna, scontrandosi con ben 8 squadre che finiranno poi ai bowl, 6 delle quali in uno dei bowl più prestigiosi che si giocano a gennaio. Un’impresa, tanto che, Richard Billingsley, una delle menti che sta dietro ai complicatissimi algoritmi che generano le classifiche BCS, nello stilare la classifica all-time delle squadre collegiali, posiziona i Volunteers 1998 al terzo posto.

Travis Henry è uno dei protagonisti di quella squadra, a maggior ragione nel 1998, quando il suo compagno di corse, Jamal Lewis, riesce ad essere disponibile solo in 4 partite. È un duo devastante che arriva a Tennessee nello stesso anno e cresce assieme, Jamal si dichiara un anno prima e Travis nel suo anno da senior esplode in tutta la sua prepotenza atletica: gli raddoppiano le portate e raddoppiano pure le yard, 1314 yard, con 11 TD a contorno.

Nel 2001 viene draftato al termine del secondo giro dai Buffalo Bills, e dopo un primo anno difficile, non delude le attese: corre in due anni successivi 1300 e 1400 yard con stagioni sempre sopra le 300 portate, e TD in doppia cifra. È il padrone dell’attacco dei Bills ed è quindi inspiegabile come la franchigia scelga nel draft 2003 al primo giro un RB (Willis McGahee) che, causa infortunio in molti pronosticavano non prima del terzo giro e che proprio a causa di quell’infortunio poi salterà tutta la stagione 2003. Quando nel 2004 McGahee diventa disponibile, superati i problemi fisici, Buffalo si trova in una situazione spinosa: il titolare inizialmente è Henry, ma i due sono in competizione per il ruolo, Travis si infortunia ed è la goccia che fa traboccare il vaso, ritorna ma è ormai dietro nelle gerarchie del ruolo e la cosa non gli va giù. Gioca una stagione pessima e chiede di essere ceduto. I Bills lo scambiano per una scelta di terzo giro ai Tennessee Titans, torna quindi nelle terre in cui è nato footbalisticamente parlando, ma i Titans non gli garantiscono il posto da titolare e arrivano le prime squalifiche per abuso di sostanze stupefacenti.

Davanti a lui c’è Chris Brown. Un attimo che Travis preme l’interrutore giusto e nella stagione 2006 ritorna il RB che avevamo ammirato ai Bills e ai Volunteers. Va nuovamente sopra le 1000 yard e lo fa proprio nella partita contro la sua ex squadra, alla quale dimostra tutta la sua voglia di vendetta, correndogli in faccia 135 yard. La stagione 2006 si conclude con 1211 yard in 14 partite, 7 TD e solo 3 fumble (aspetto che gli avevano criticato non poco a Buffalo, dove ne commise 23 nelle prime 3 stagioni). Tutto sembra essere tornato come era supposto essere, ma i Titans sanno qualcosa che gli altri forse non sanno e dopo una stagione del genere arriva un taglio che sorprende non poco l’ambiente.

i figli di Travis Henry

i figli di Travis Henry

Diventa un pezzo pregiato del mercato dei free agent. Se lo aggiudicano i Denver Broncos, offrendogli 22 milioni nei successivi 5 anni. Poche settimane dopo la firma, durante il training camp estivo con la sua nuova squadra, viene fuori la prima magagna. Travis Henry viene citato in giudizio: non paga gli alimenti…..ed uno pensa “ueh, Travis, hai fatto dei bei soldi con il football, capisco che potresti non essere più innamorato della madre, ma aiutalo sto figlio, passagli dei soldi, che ne hanno bisogno…” Figlio? Vabbè…figli….sì….9 però, che poi diventeranno 11!! Madre? Vabbè….madri….9 anche qui, che poi diventeranno 10!!!! (La decima è arrivata addirittura al…secondo appuntamento). È un bel guaio, che però non sembra distrarre più di tanto: corre come un matto (e ti credo, con 10 ex che ti domandano dei soldi, scappare è una filosofia di vita ancor prima che un gesto atletico) e alla week4 è il leader per yard corse della NFL, ma arrivano due problemi: il primo al ginocchio, il secondo ai polmoni, nei quali circola troppa marijuana e arriva lo stop che lo dovrebbe appiedare sino al termine della stagione. Usiamo il condizionale perché, anche grazie all’aiuto della franchigia, Henry vince il ricorso e viene ristabilito all’interno della NFL. Le ultime 4 partite però sono di un giocatore che non c’è più con la testa e Mike Shannahan si sente come tradito. Colui che aveva fatto molto per fargli togliere la squalifica, difendendolo pubblicamente (cosa che gli costò anche una multa di 25k $) alla fine della stagione 2007 lo taglia: di quei 22 milioni ne arrivano “solo” 7 e il quinquennale dura un anno.

Prova

Uomo da copertina

Siamo al capolinea della vita sportiva di Travis Henry, ma lui non smette di far parlare di sé: intanto, nel processo per il mancato sostentamento della folta prole, spiega in due semplici passi come sia stato possibile raggiungere dei numeri simili. Punto primo: lui non ha l’AIDS, la cosa non gli ha mai lontanamente attraversato la mente. Punto secondo: loro (le sue…conquiste) gli garantivano (…) che prendevano la pillola, è stato quindi intrappolato. Una decine di trappole…tutte ben mascherate però eh….eddaje Tra’. Ma i problemi con la legge mica finiscono qui, arriva il più grosso: del suo vizietto con la droga avevamo già detto, pensate che la NFL lo ri-squalifica anche dopo il taglio dei Broncos, infatti era riuscito a farsi ribeccare nelle ultime giornate post-annullamento sanzione, proprio non ce la può fare. Ma Henry fa il salto di qualità: i federali lo beccano in un giro di cocaina, una roba da 6 kg che gli costa 10 anni di galera e 4 milioni di multa. Travis fa un attimo due conti e decide di patteggiare, la pena viene ridotta a 3 anni e la multa addirittura azzerata. Esce di galera l’anno scorso e, a pochi giorni dalla firma di Peyton Manning con i Denver Broncos, Roger Goodell pone fine alla squalifica a tempo indeterminato che gli aveva comminiato. Lui alza la mano e chiede la parola: “Io con Peyton c’ho già giocato, se volete, cari miei Broncos, io sono qui.” Lapidaria la risposta di John Fox, nuovo HC di Denver: “Non abbiamo nemmeno pensato di discutere della cosa, siamo a posto così con i nostri RB”. D’altronde non tutti hanno la stessa fortuna di un Michael Vick o di un Plaxico Burress, ma a 34 anni forse era davvero troppo.

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Categorie: Amarcord, Draft Stories, NFL | Tag: , , , , , , , , , , , | 3 commenti

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3 pensieri su “NFL Draft Stories – 2001

  1. La scena di Jamarcus a scuola di Quincy Carter è SPETTACOLOSA! 😀

  2. Pingback: NFL Draft Stories – 2007 | Quel che passa il convento...

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