NFL Draft Stories – 2004

Disclaimer: a me Eli sta sul culo, anche a Pasqua. Buona lettura e buona festa.

Dal 2004 fine della pacchia, logo standardizzato.

Dal 2004 fine della pacchia, logo standardizzato.

Quando si scambia una prima scelta assoluta lo scalpore è sempre tanto, specie se è proprio il giocatore scelto a puntare i piedi, l’aveva fatto John Elway, draftato nel 1983 dai Baltimore Colts che minacciò di diventare un giocatore di baseball a tempo pieno (già nel circuito delle minors degli Yankees) se non l’avessero scambiato. Non gli andava proprio più di giocare per la peggior squadra della lega (caro John, è così che funziona il draft…) allenata per di più da tale Frank Kush, noto per i suoi modi fin troppo burberi. Ad ogni modo i piedi puntati ebbero successo, perché Elway fu scambiato ed iniziò la sua lunga carriera da “hall of famer” con i Denver Broncos che portò per 5 volte al Super Bowl, vincendone 2 proprio negli ultimi due anni della sua gloriosa carriera (1997 e 1998).

Davvero mi hanno scelto i Chargers?!

Davvero mi hanno scelto i Chargers?!

Prima che il blog sia invaso da commenti scandalizzati e prima di essere accusato, giustamente, di blasfemia, diciamo che le analogie con la storia di Eli Manning si fermano qua, anche se potrebbe essercene un’altra di cui parlerò in seguito. Il QB dei New York Giants, già vincitore, volenti o nolenti, di 2 titoli, fu inizialmente scelto dai San Diego Chargers, pur se quest’ultimi fossero stati avvisati da settimane ormai sia dal giocatore che dal padre Archie (“adesso lo dico a papà”….) che non c’era nessuna chance di vederlo in California (oh…avessi detto in Idaho….bah…).

Insomma la faccia già poco simpatica del piccolo Eli aveva dato altri motivi per attirarsi ulteriori antipatie. Tolto il bavaglio, sistemati i giocattoli in camera, Elisha (il suo nome completo, non è colpa mia.) era stato prima selezionato proprio dai rinnegati Chargers, ma poi accontentato e scambiato direzione Grande Mela, il palcoscenico che un Manning meritava (mavacccag…., ndr). Il giochino non è ovviamente a costo zero, in cambio San Diego riceve 3 scelta (tra cui la quarta assoluta) che diventeranno Philip Rivers, Shawne Merriman e Nate Kaeding.

Dal 2004 in poi il parallelismo Rivers-Manning Jr. non smetterà più di popolare le diatribe tra tifosi ed appassionati. Bisogna ammettere, pur avendo dichiarato da che parte io stia, che i due anelli al momento pesano non poco nel computo del giudizio generale tra i due giocatori. Rivers non ha mai giocato un Super Bowl, è arrivato a giocare 3 AFC championship (2006, 2007, 2009), sfiorando in uno di questi proprio la possibilità di giocarsi un SB contro “l’altro” nel 2007. È pur vero che è abbastanza fuorviante attribuire esclusivamente al QB della squadra i meriti esclusivi di una vittoria, per di più quando si parla di una vittoria di un intero campionato. Rivers non ha avuto la fortuna e neanche la bravura di sfruttare il prime di un giocatore strepitoso come Tomlinson; tra Marty Schottenheimer e, soprattutto, Norv Turner non ha quasi mai avuto una gestione ponderata del suo talento, con quest’ultimo che ha notevolmente aumentato le sue statistiche, ma non è stato in grado di mascherare i suoi momenti di down, basando anche troppo il gioco della squadra sui suoi lanci.

Quasi quasi mi incazzo!

Quasi quasi mi incazzo!

E qui interviene il più grande difetto caratteriale del giocatore che poi si riversa sull’efficenza del suo operato: diciamocelo, Filippo è una mezza checca isterica, reazioni anche troppo sopra le righe che non sempre fanno bene ai suoi compagni, un caso rarissimo di QB trash talker (e ne sa qualcosa Jay Cutler) che nel bene ma spesso pure nel male lo porta a perdere concentrazione sulle cose essenziali del suo gioco. Il talento, pur prodotto da una meccanica di lancio rivedibile, è innegabile, forse (per me, più che forse, direi sicuramente) anche maggiore rispetto a quello di Eli, che dalla sua però ha dimostrato negli anni di riuscire a venire fuori dalle situazioni difficili, ad elevare il suo gioco nei momenti del bisogno (senza dimenticare però i meriti del casco di Tyree e delle unghie dei piedi di Manningham…) conscio anche del fatto che la sua difesa gli avrebbe dato una seconda chance. Bravo lui comunque a non perdere l’obiettivo da perseguire.

Il resto della trade contiene due giocatori che fanno ampiamente parte della categoria “che campione, però…”: Shawne Merriman ha dominato la NFL per 3, con lui si potrebbe fare il parallelo con DeMarcus Ware, pass rusher dei Cowboys scelto un attimo prima (11a vs 12a scelta assoluta del draft 2005). Mette a segno 40 sack nelle prime 42 partite, arrivano un paio di stop per abuso di steroidi o simili e finisce per sparire, solo i Bills gli concedono una seconda chance, con loro mette a segno 2 sack in 2 anni. Ovviamene non è l’unico dopato della NFL, non sono così miope da pensare che Ware o altri non si dopino, la sensazione è però che il nostro Shawne abbia un po’ esagerato e non si potesse più chiudere un occhio.

E' successo di nuovo.

E’ successo di nuovo.

Per Kaeding invece l’asterisco riguarda i playoff, perché parliamo del secondo kicker con la più alta percentuale all-time di FG realizzati nella storia della NFL (86,2%), ma poi a gennaio ha troppe macchie per essere considerate semplici incidenti di percorso: inizia giovanissimo, nella stagione 2004, quella da rookie (per inciso fu scelto al terzo giro, mica poco!), sbaglia il FG della vittoria nella wild card contro i Jets, dalle 40, ma pioveva e c’era vento e poi è giovane, avrò occasioni per rifarsi. Sì, avrà occasioni: nei playoff del 2006 sbaglia il calcio del pareggio contro i Patriots, non facilissimo, visto che era dalle 54 yard, ma fa strano considerando che erano 2 anni che non sbagliava un calcio in casa. L’anno successivo sbaglia calci sia nel wild card game, che nel divisional playoff, ma San Diego per sua fortuna le vince entrambe, nel championship di quell’anno mette a segno ben 4 calci, ma il risultato finale di 21 a 12 per i Patriots gli evita qualsiasi occasione di calci decisivi. Nel 2009 finisce la stagione con uno strabiliante 32 su 35, che calcolatrice alla mano equivale al 91% e cosa fa nei playoff? Al divisional contro i Jets (ancora loro) i suoi Chargers perdono per 17-14 e lui sbaglia tutti e 3 i calci che tenta (dalle 36, dalle 57 e dalle 40). Arrivano poi gli infortuni e San Diego decide che è giunta l’ora di andare in altre direzioni. Al momento del taglio ha convertito 180 FG dei 207 tentati in regular season, la percentuale di 86,95% gli consegna il primo posto all-time, ma non finisce qui, perché l’anno scorso, sul finire della stagione, Miami lo chiama per sostituire il temporaneamente infortunato Dan Carpenter e lui cosa fa? Sbaglia 2 calci su 3 che fanno scendere la percentuale a 86,19 di poco dietro all’86,5% di Mike Vanderjagt. Povero Nate.

Chiudiamo il discorso sulla trade con una piccola curiosità: dopo il secondo anello vinto nel Super Bowl di 2 anni fa, Eli Manning è entrato prepotentemente sui discorsi che riguardano la hall of fame, il fatto singolare non è tanto che io non lo ritenga meritevole, ma che una volta entratoci (come è accaduto a tutti i QB che hanno vinto almeno 2 anelli, tra quelli già eleggibili) costituirebbe un caso quasi unico, infatti al momento dei 18 QB scelti con la prima assoluta e che hanno terminato la loro carriera da almeno 5 anni, solo 3 sono entrati nella hall of fame: John Elway (ecco l’altro punto di “quasi” contatto), Troy Aikman e Terry Bradshaw. Tra gli altri 11 ancora “in carriera” attualmente solo lui e suo fratello potranno aggiungersi a questo ristrettissimo club (Michale Vick, David Carr, Carson Palmer, Alex Smith, JaMarcus Russell tendo ad escluderli, su Matthew Stafford, Sam Bradford, Cam Newton e Andrew Luck non ci si può ancora esporre)

Con entusiasmo in maglia Locomotives

Con entusiasmo in maglia Locomotives

Ed ora una rapida carrellata su altri 3 personaggi che hanno animato la classe 2004. Se questo draft viene spesso preso a paragone per quel che riguarda quelli che hanno regalato alla NFL i migliori QB, di sicuro il merito non è di J.P. Losman, quarto QB scelto dopo i due sopra citati e Big Ben Roethlisberger alla 11. La statistica in carriera che meglio descrive Jonathan Paul sono i suoi 34 intercetti a fronte dei 33 TD, il fatto più agghiacciante invece è che dopo 3 anni mediocri, costellati anche da problemi fisici, finì per perdere il posto a favore di Trent Edwards, uno che in sede di draft veniva presentato come il terzo miglior prospetto della classe 2007 dietro a JaMarcus Russell e Brady Quinn. Losman a quel punto chiese la trade e i Bills non si sforzarono nemmeno di trovare qualcuno che lo volesse, aspettarono che il suo contratto andasse in scadenza e lo lasciarono al suo destino, che nell’immediato prese le sembianze dei Las Vegas Locomotives, che guidò fino al titolo nella neonata lega UFL, senza vincere il premio di MVP che andò al RB DeDe Dorsey e senza considerare che nei 3 anni e mezzo di vita della UFL, Las Vegas vinse 2 titoli (e mezzo) e giocò 3 finali, con o senza di lui. Ma questo è un voler malignare, perché dopo quella esperienza rigenerante, Losman ritorna in NFL, come terzo QB degli Oakland Raiders, lui solo sa come nella stessa partita entrambi i QB davanti a lui (Frye e Russell) riescano ad infortunarsi, entra in campo e lancia una palla, incompleta. Fine dell’esperienza sulla baia. Riesce ad avere un’ultima chance, a Miami, è l’11 dicembre 2011, ancora una ecatombe davanti a lui (Chad Henne e Matt Moore) gli permette di scalare la depth chart e di entrare in campo, lo farà per l’ultima volta. Nessuno lo rimpiangerà.

Chiudiamo questo racconto con due geni dell’idiozia: il primo è Reggie Williams, WR, 9a scelta assoluta dei Jacksonville Jaguars, quegli anni alla disperata ricerca di un ricevitore solido. Ecco l’aggettivo “solido” è l’ultima cosa che mi viene in mente pensando al giocatore che sul campo si faceva notare più per il suo casco che volava ad ogni santa azione piuttosto che per le ricezioni. Evidentemente aveva più dimestichezza nel rullare una canna, piuttosto che nell’allacciare un elmetto. Nel 2006, in piena carriera NFL (che terminerà giusto 2 anni dopo), viene arrestato per possesso di erba, entra in comunità e ne esce…pulito, dicono. Nel 2009 però ci casca di nuovo, lo fermano per guida in stato di ebrezza e in macchina gli trovano ancora un po’ di marijuana, ma è poca roba e le accuse cadono. Il suo capolavoro arriva quando, dopo una collutazione con un agente di polizia, sono costretti a trattarlo con il taser: Reggie Williams, un giocatore…..elettrico.

Bisogna pur difendersi dai cattivi

Bisogna pur difendersi dai cattivi

C’è chi però ha fatto di meglio, tanto in campo dove per un anno è sembrato un DT dominante, quanto fuori: parliamo di Tank Johnson. Uno doveva già immaginarselo dal nome/soprannome che non fosse così pacifico, cioè Gandhi si faceva chiamare “Mahatma” (grande anima), mica carro armato. A Tank piacevano le armi (che strano….), in una irruzione nella sua dimora, la polizia ne trovò 6, tutte cariche, compresi i due fucili d’assalto (del tipo di quello a lato) e una desert eagle (chi ha visto The Snatch sa a cosa mi riferisco), con i bimbi in giro per casa, lui al campo di allenamento e la sua body guard che faceva da babysitter. Una persona a modo questa bodybabysitter, talmente a modo che praticamente due giorni dopo l’irruzione sopracitata fu ucciso durante una sparatoria tra bande. Durante il fattaccio Tank era presente (e che si manca alla sparatoria del tuo migliore amico?!), ma, dicono, non partecipante, comunque i Bears lo squalificano per una partita (e a letto senza cena), subisce anche una restrizione: in attesa del giudizio non può lasciare l’Illinois. Il giudice però non conta che il ragazzo gioca a football nel mentre e guarda caso siamo proprio nel bel mezzo dei playoff. Stando a questa decisione Johnson non può andare a Miami a giocare il Super Bowl, l’affaire trova il giusto spazio sui media nazionali e grazie ad una deroga Tank gioca la finale “che ferma l’america” (bisognava dirlo….).

Chicago però non ha una pazienza infinita, dopo l’ennesima “marachella” lo rilascia, lui riuscirà a stare in NFL altri 4 anni senza troppi problemi, 2 a Dallas e 2 a Cincinnati, dove conclude la sua carriera sportiva e dove, prima o poi, chi ha avuto qualche problema con la legge, deve passare.

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Categorie: Amarcord, Draft Stories, NFL | Tag: , , , , , , , , , , | 1 commento

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Un pensiero su “NFL Draft Stories – 2004

  1. “e che si manca alla sparatoria del tuo migliore amico?” ahahahahahahahhaha
    Anch’io m’iscrivo al club “Eli merda anche a Pasqua”.

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