La fine di un’era…

Sipario, applausi.

Sipario, applausi.

Martedì 7 Maggio 2013, ore 23 circa italiane. Su Twitter inizia a impazzare una voce che ha dell’incredibile: “Sir Alex Ferguson si ritirerà a fine stagione”.
La reazione generale è stata di diffidenza: per chiunque segue il calcio, pensare che un allenatore che è sulla stessa panchina da 26 anni si ritiri è praticamente assurdo.
Poi voglio dire, vuoi fidarti delle stesse persone che ogni estate danno per certi trasferimenti di mercato che puntualmente non arrivano? Figurati se Ferguson lascia così il Manchester United.

Mercoledì 8 Maggio 2013, ore 10 circa. Arriva la conferma. Sir Alex si ritira, lascia la panchina per davvero. Tra i tifosi dello United si fanno largo tantissime emozioni: paura, tristezza, un po’ di rabbia, nostalgia a pensare a tutto quello che è stato fatto grazie a lui.
Per molti tifosi lui è l’unico allenatore che hanno visto sedere sulla panchina del Manchester United, compreso il sottoscritto.
E’ comprensibile, è lì da tanto tempo, da oltre 26 anni, dal 6 Novembre 1986. Un numero che ha dell’incredibile se si pensa alla velocità con cui vengono cambiati gli allenatori al giorno d’oggi.
Lui e Sir Matt Busby hanno scritto la storia dei Red Devils, su questo non ci piove.

Mi sembra inutile stare qui a scrivere la storia di Sir Alex in un giorno come questo, in cui verrà ricordata da tutti i media. Chiunque sa cos’ha fatto e quanto ha vinto, all’incirca (49 trofei tra cui 13 Premier League – lo stesso numero dell’Arsenal, solo il Liverpool ha vinto più campionati di lui).

Io misuro la sua grandezza nelle parole di chi l’ha affrontato, nelle parole dei tifosi avversari che oggi fanno festa, nelle parole di chi allena, nelle parole di chi ha giocato per lui.
Per i suoi giocatori, Sir Alex Ferguson è stato molto più che un semplice allenatore: è stato un secondo padre: chiedere a Cristiano Ronaldo per conferme.

Si potrebbe scrivere un libro intero sulle sue imprese, le storie e le controversie che hanno segnato la sua carriera: la verità è che ha segnato un’epoca, non solo per il Manchester United, ma per il calcio intero.
Il “turning point” della sua carriera di allenatore arriva nel 1990 in FA Cup, dopo un finale di 1989 che lo stesso Ferguson definisce il peggior periodo della sua storia di allenatore. I risultati scarseggiavano, i tifosi erano stanchi di vedere la squadra perdere e volevano un cambio di allenatore.
Ma nel terzo turno di FA Cup lo United batte il favorito Nottingham Forest 1-0, grazie a un goal di Mark Robins. Passerà alla storia come il goal che salvò la panchina di Sir Alex (anche se in seguito fu affermato che non era in pericolo di esonero).
Quell’anno, il Manchester United vincerà l’FA Cup, ed era solo l’inizio.

Sir Alex è prima di tutto un vincente, e la sua filosofia è sempre stata quella: vincere.
Poco importava se per farlo dovesse fare scelte poco ortodosse o aspramente criticate, l’importante era che la sua squadra fosse la migliore e sempre in grado di competere ad alti livelli.
Nell’estate del 1995 lasciarono il Manchester United giocatori del calibro di Paul Ince, Mark Hughes e Andrei Kanchelskis.

Foto di famiglia

Foto di famiglia

Ferguson fu aspramente criticato perchè non riuscì a comprare nessun altro giocatore di livello per rimpiazzarli, e puntò fortemente sugli allora giovani e poco conosciuti David Beckham, Nicky Butt, Paul Scholes, Gary e Phil Neville.
La prima partita di campionato fu una sconfitta per 3-1 contro l’Aston Villa, e a quel punto i giornalisti davano i Red Devils per spacciati.
A Match of the Day (una sorta di 90esimo minuto inglese, per chi non lo sapesse) Alan Hansen disse: “You can’t win anything with kids”.
Quell’anno, il Manchester United fece il double. A posteriori sappiamo anche che quei cinque giovani non erano poi così male.

Ferguson ha fatto suo il mantra dell’altro grande allenatore dello United, Matt Busby: “If they’re good enough, they’re old enough”.
A riprova del fatto che l’importante è essere competitivi.
Il numero di giocatori scoperti e consacrati grazie a lui è enorme, e ancora oggi si preoccupa di investire su giocatori giovani da affiancare a veterani come Giggs per permettere un ricambio generazionale costante e di avere una squadra sempre in grado di lottare per vincere.

Nonostante i tempi e il modo di giocare siano cambiati, lui si è saputo adattare, cosa per nulla scontata, ed è per questo che ha continuato ad avere successo.
Spesso ha adottato formazioni assurde, schierando moduli strani o giocatori fuori posizione, e prima della partita ci si chiedeva se fosse impazzito o avesse bevuto troppo.
Parlando coi miei amici della cosa, scherzando, dicevamo che probabilmente faceva le formazioni estraendo i nomi da un cappello.
Ma quasi sempre, al fischio finale, bisognava ricredersi.

La domanda che tutti si fanno ora è: chi lo sostituirà? Voci insistenti dicono Moyes, attuale allenatore dell’Everton. Bisogna però tenere conto che oltre alle pressioni di allenare un club vincente come il Manchester United, ci sarà la pressione forse anche maggiore di sostituire il manager del calcio per eccellenza.

A mio avviso c’è solo una persona in grado di gestire e sopportare queste pressioni e allo stesso tempo dare una continuità di risultati: Josè Mourinho.
Tra i due c’è grande rispetto, e in onore dei 25 anni di Sir Alex sulla panchina dello United il portoghese ha dichiarato: “I don’t call him Sir, Mister, Alex or Ferguson. I call him Boss.”

In questa semplice dichiarazione per me sta l’essenza di quello che è stato Sir Alex Ferguson per il mondo del calcio: un personaggio certamente controverso per i suoi modi (la scarpata in testa a Beckham nello spogliatoio è passata alla storia), ma dall’enorme carisma e dall’ancor più grande voglia di vincere.

Grazie di tutto Sir Alex, ci mancherai.

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Categorie: Calcio | Tag: , , , , , , | 2 commenti

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2 pensieri su “La fine di un’era…

  1. Grazie di tutto Sir Alex, uomo di un calcio d’altri tempi che è vincente anche adesso.
    Ora speriamo di sostituirlo al meglio, se mai fosse possibile.

  2. Quello che più mi impressione è la sua apertura mentale a livello tattico, i grandi guru del calcio sono nati, hanno dominato e sono morti con le loro certezze che immancabilmente venivano poi superate o richiedevano adattamenti con il passare del tempo e il cambiare del calcio. Lui no. Giù il cappello

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