Se mia nonna avesse le palle, sarebbe mio nonno…

Perplesso

Se….

Quante volte avrete sentito questa risposta??

Se vi è mai capitato di ascoltare una conferenza stampa, solitamente dopo una sconfitta, di Marat Safin di sicuro almeno una.

Si perché la domanda era sempre la stessa, quella che ci siamo fatti miliardi di volte anche noi tifosi, fan, spettatori e amanti del gigante e talentuoso russo che giocatore saresti stato con un’altra testa e siccome Safin era uno diverso, mai banale, poco diplomatico e molto schietto rispondeva sempre alla sua maniera, così.

Marat nasce a Mosca e si allena fino ai 14 anni anni allo Sparatk Mosca tennis club gestito da papà Misha e sotto l’occhio vigile da sergente di ferro di mamma Islanova.

Ma le strutture non sono sufficienti bisogna andare via e lasciare il paese se si vuole avere una possibilità di emergere, si ma dove. Un appassionato di tennis svizzero intravede del talento nel giovane Safin e finanzia il suo viaggio in Spagna; Barcellona prima e Valencia poi diventano la sua nuova casa. Si sa poco di questo individuo, soltanto che ama il tennis e che ha tanti soldi. Ma col senno di poi non si può non dirgli grazie.

E’ il maggio del 1998, siamo a Parigi, è un Marat appena diciottenne che viene dalle qualificazioni e ha eliminato al primo turno Andre Agassi (che vincerà il torneo l’anno dopo), al secondo turno il suo avversario è il Brasiliano Guga Kuerten, campione in carica del torneo e vincitore altre 2 volte a Parigi nel 2000 e nel 2001.

La partita è in bilico, il pubblico inizia a sentire aria di sorpresa e sul 4 pari al quinto Marat ha una palla break. Kuerten serve a uscire e…..risposta vincente lungolinea di rovescio, il suo colpo, 5a4. Il game dopo con 3 servizi vincenti Safin vincerà il set per 64 e l’incontro. Il campione è fuori dal torneo, Safin proseguirà fino agli ottavi di finali perdendo al quinto set contro il francese Pioline, ma il mondo del tennis ormai si è accorto di lui. E’ nata una stella, si dice.

L’anno successivo vince il suo primo torneo a Boston e perde la finale del torneo indoor di Parigi Bercy, l’ultimo della stagione, in finale con Agassi.

Il 2000 è l’anno con la a maiuscola. Quello della definitiva esplosione.

L’inizio non è dei migliori, cinque sconfitte consecutive al primo turno, poi la situazione migliora con l’inizio della stagione sulla terra battuta con le vittorie a Barcellona e Mallorca, perde una combattutissima finale al tie break del quinto set ad Amburgo contro Kuerten e ai quarti a Parigi contro Norman.

Dopo il suo primo titolo Master Series a Toronto e un altra finale persa con Guga a Indianapolis arriva a New York per l’ultimo Slam stagionale. Primi 3 turni sofferti con due vittorie in 5 set contro l’azzurro Pozzi e il francese Grosjean, poi regola in serie Ferrero, Kiefer e Todd Martin, giunge così in finale e chi è suo avversario? Pete Sampras: al momento, numero 4 al mondo, ma campione in carica di Wimbledon, 13 Slam in bacheca, numero 1 al mondo per 7 anni e tante altre cose.

Marat è alla prima finale Slam della carriera, l’Arthur Ashe è tutto per l’idolo di casa che però non vince qui dal 1996, è ora di riprendersi il trofeo. Non c’è storia, si dice.

Già si dice, perché i folli sono fatti alla loro maniera, la gente normale non può lontanamente immaginare cosa passa loro per la testa in certi momenti e che cosa può nascere dall’unione tra follia e talento; un match assolutamente perfetto e impronosticabile alla vigilia.

Numero 1

Numero 1

Il campione è annichilito, Safin domina il match a suon di passati, risposte vincenti e colpi potentissimi che non lasciano scampo a Sampras. 64 63 63 il punteggio finale. Il pubblico è incredulo ma sa di aver visto nascere una stella, Rino Tommasi esclama lo rivedremo sicuramente altre volte questo Marat Safin; Sampras in conferenza stampa si limita a poche parole ma molto significative: Nessuno mi aveva mai trattato in questo modo.

Diventerà per la prima volta numero 1 al mondo dopo la vittoria su Philippoussis a Parigi Bercy, il settimo titolo stagionale, per poi perdere la posizione al Master di fine anno.

L’anno successivo non si confermerà come tutti si sarebbero aspettati; perché, perché lui è Marat Safin, non uno come gli altri.

Non è l’emblema del professionista modello, in campo e fuori. I suoi monologhi e le sue migliaia di racchetta scaraventate per terra sono la normalità, ma non ama nemmeno allenarsi, con quel talento perchè mai allenarsi chissà quante volte l’avrà pensato, meglio dedicarsi ad altro.

La vita notturna per esempio, le donne lo amano e la cosa è ovviamente ricambiata una delle sue migliori uscite al riguardo non ha bisogno di altri commenti. Non ho mai pagato una donna per venire a letto con me, semmai le pago per farle andare via dopo.

Tornerà numero 1 al mondo restandoci per un totale complessivo di sole sei settimane e avrà come migliori acuti i quarti a Wimbledon, la semifinale agli UsOpen dove Sampras si prese la rivincita della finale dell’anno precedente, ma non si qualificherà nemmeno per il master di fine anno.

Il 2002 comincia come meglio non si potrebbe, finale all’Australian Open, l’avversario è lo svedese Thomas Johansson, un buonissimo giocatore fisicamente e tecnicamente, ma non di impensierire Safin, sulla carta. La finale cade il giorno del compleanno di Marat, male. Si perché quale occasione migliore per fare festa.

Un qualsiasi normale giocatore aspetterebbe di vincere il trofeo, non lui. Si fa festa il giorno prima. Domina il primo set poi si spegne la luce, vince lo svedese il quattro set. Non ha la testa, troppo sciagurato, troppo discontinuo, ci son giocatori che avrebbero venduto l’anima per una finale slam e lui gioca così.

E’ Marat Safin, prendere o lasciare.

Il pubblico di Melbourne però lo ama, e nel discorso finale prende il mano la scena, come se avesse vinto lui. Dopo i soliti ringraziamenti di rito si passa alle scuse mi spiace aver per perso per i miei tifosi e sopratutto per la mia famiglia qui presente. Viene inquadrato il suo angolo con mamma e pa…ehm no, la sua famiglia sono tre bionde con due metri di gambe ciascuna, poco vestite e di notevole impatto visivo. Applausi di tutti i presenti, delle signorine, di Marat ovviamente e di Johansson. Parte anche il coro happy birthday, uno show, con un solo protagonista, lui.

Per continuità di risultati è senza dubbio l’anno migliore per Safin pur vincendo un solo titolo, Parigi Bercy contro l’australiano Hewitt numero 1 al mondo ma preso a pallate dal russo, quasi a voler dimostrare che lui è numero 1 solamente perchè Marat preferisce esserlo in altri ambiti.

Vincerà la coppa Davis a fine anno, in casa a Mosca, diventando una volta di più un eroe nazionale.

Nel 2003 si ritira in finale a Barcellona contro Moya per un problema al ginocchio, rientra la settimana dopo ma perde subito al primo turno, salta gli ultimi 3 slam stagionali, torna in campo a fine anno ma la condizione è pessima. Risultato cinque sconfitte al primo turno.

E’ la fine. Non tornerà più, come può tornare uno che non aveva voglia di allenarsi prima, figuriamoci ora che deve recuperare da un infortunio.

E invece no, a gennaio si presenta in Australia da numero 86 del mondo. Arriva fino alla finale dopo aver battuto nei quarti Roddick in cinque set, e in semifinale Agassi sempre in cinque set.

Non ne ha più, in finale c’è Roger Federer che diventerà numero 1 dopo quella vittoria, è un monologo in 3 set, ma Marat è tornato.

Non mancheranno gli acuti come a Madrid e a Parigi Bercy, la sua seconda casa, andrà al master perdendo da Federer in semifinale al termine di un epico TieBreak perso 20-18 nel secondo set.

Sta già pensando al "dopo"

Sta già pensando al “dopo”

Memorabile però fu la conferenza stampa a Wimbledon, dopo la sconfitta al primo turno con Tursunov. Che odiasse l’erba lo si sapeva, che odiasse il torneo anche. Un’ambiente non da lui. tutti vestiti di bianco, la tradizione, l’ambiente, il clima. Roba non da Safin.

Lui detestava giocarci, tant’è che addirittura minacciò di non tornarci più.

L’erba è fatta per farci pascolare le vacche, non per giocare a tennis diceva, oppure l’unica cosa buona di Wimbledon sono le fragole, peccato che siano così care.

Un anno dopo l’impresa australiana Marat si ripresenta a Melbourne Park da numero 4 del mondo, nel suo box c’è quel Peter Lundgren che è stato coach di Federer fino alla fine del 2003, le attese sono diverse, non è più un outsider, gli si chiede di lottare nuovamente per il titolo.

Se è arrivato in finale dopo tutto quel tempo fuori, cosa può fare ora, ci si domanda; peccato che adesso sul trono del tennis maschile siede quel Roger Federer ormai completamente evolutosi da ragazzo di buone prospettive a campione assoluto e futuro dominare. E’ il detentore del titolo, viene da un 2004 fantastico con 3 slam su 4 e il master di fine anno in tasca, ed è il grande favorito per bissare il titolo australiano.

Il tabellone però regala l’accoppiamento che tutti aspettano in semifinale, questa volta. Ancora una volta Roger contro Marat.

Il match è fantastico, entusiasmante, con lo svizzero che vince il primo set e il russo che replica vincendo il secondo. Federer prova a scappare nel terzo ma viene subito ripreso da Safin che poi però cede 75. Quarto set, tie break, 5-2 Federer che serve. E’ finita.

Non per Safin però, che ha ancora un coniglio da estrarre dal cilindro. Recupera i due punti sul servizio di Federer, recupera fino al 5pari e sul 65 per lo svizzero annulla anche un match point in maniera fantastica, dopo due clamorose opposizioni di Federer a rete Safin gioca un pallonetto millimetrico, Federer può solo giocare il colpo tra le gambe che si ferma in rete. Una steccata di rovescio e un errore di diritto dello svizzero regalano il set a Safin. Si va al quinto.

Sul 5-3 è Safin ad avere due match point, che escono entrambi di una manciata di millimetri su due colpi che sarebbero stati entrambi vincenti. Uno di diritto e uno di rovescio.

Sul 6pari è lui a dover annullare una palla break a Federer e il game successivo vede di nuovo volare via due match point, ma sull’8-7 Safin, 15-40 Federer scivola nel tentativo di recupero di un rovescio lungo linea lasciando completamente il campo aperto e spianando la strada al russo per la sua terza finale australiana. L’esultanza di Safin è molto contenuta, quasi a voler mostrare rispetto per il campione sconfitto, nell’euforia dei saluti si dimentica anche di stringere la mano al giudice di sedia. Un’altra Safinata.

L’opera non è ancora completa, bisogna vincere la finale contro Hewitt, l’idolo di casa che sogna 29 anni dopo Edmondson di trionfare nello slam australiano.

Safin parte contratto, nervoso, perde 61 il primo set in un amen ma una volta scioltosi e preso un break di vantaggio nel secondo la partita gira dalla sua parte e da quel momento ha un unico padrone. Non perde la calma neppure quando sul punteggio di un set pari Hewitt vola 4-2 nel terzo, con 4 giochi di fila recupera il set e nel quarto chiude con il medesimo punteggio, 64.

Sono passati quattro anni e mezzo dal primo slam, un’eternità, ma finalmente Marat può tornare a gioire e lo fa proprio in Australia, davanti a un pubblico che lo ha sempre amato e che sperava di vederlo già vincitore in quella sciagurata finale del 2002.

Il giudizio di tutti è unanime. E’ tornato. E’ l’inizio di una nuova carriera. Adesso Roger Federer avrà finalmente un degno rivale. Nulla di tutto questo, colui che Rino Tommasi definì Il più forte giocatore dal collo in giù finisce sostanzialmente qui.

L’annata gli regala solamente una finale sull’odiata erba di Halle persa contro Federer. Il solito ginocchio però fa le bizze di nuovo, è in dubbio per Wimbledon, viene anche in Italia a farsi visitare, a Bologna, ma dopo il torneo di Cincinnati deve dare forfait al torneo di NY a settembre e alla difesa del titolo australiano a Gennaio.

Questa volta gli dei del tennis hanno deciso di calcare un po’ di più la mano rispetto al primo infortunio, non lo hanno probabilmente mai amato del tutto. E come potrebbe essere altrimenti, con tutto quel talento sprecato si saranno sentiti…traditi.

Ottiene ancora qualche discreta vittoria ma nulla più. La classifica è spaventosa, ad Agosto 2006 fa addirittura registrare la posizione numero 104.

23-20 e 24-24 sono i bilanci delle stagioni 2007 e 2008.

L’ultimo acuto quasi per un simpatico scherzo del destino è proprio a Wimbledon; al secondo turno doma Novak Djokovic in 3 set e arriva fino alla semifinale, raggiungendo il suo miglior risultato carriera ai Champinships, in quello che ormai sembra essere il suo ultimo anno.

Ion Tiriac, il suo manager, dietro lauto compenso riesce a convincerlo a giocare per un’altra stagione, ma è ormai la passerella finale. Il bilancio finale è addirittura negativo con 19 vittorie e 22 sconfitte stagionali. Non ha più voglia, ormai la testa è altrove, a dir la verità già da qualche anno, ma è diventato anche solo un peso prendere in mano la racchetta e così arriva l’epilogo a Parigi Bercy. Il torneo che ha vinto il maggior numero di volte, non un caso. Il pubblico qui lo ama, più che da altre parti, è meno snob del pubblico del Roland Garros, è più coinvolgente, più rumoroso, più……da Marat Safin insomma.

L’onore di giocare l’ultimo match con lui ce l’ha Juan Martin Del Potro che a fine match si siede anche sulla sua stessa panchina in attesa che entrino sul campo i suoi ormai ex colleghi e avversari di una carriera per rendergli omaggio davanti alla standing ovation del pubblico parigino.

Ci vediamo al Cremlino...

Ci vediamo al Cremlino…

La frase più bella e che più di tutte probabilmente spiega cosa è stato Safin la disse un giornalista australiano, durante gli Open d’Australia del 2002.

Guardare Marat Safin giocare a tennis è come andare sulle montagne russe al buio: è molto più divertente, perché non sai mai cosa sta per accadere.

Oggi é alla Duna, il parlamento russo, eletto per il partito di Putin.

Non può più prendersela con racchette o arbitri, ma intervistato dopo l’elezione ha risposto ancora una volta alla Safin, la politica è un po’ come un gioco, anche se io lo intendo come gioco nel senso più sportivo e nobile del termine; solo che al posto di una racchetta ho in mano un iPad.

Tra i tanti auguri arrivati, anche una profezia di Pete Sampras che lo vede presidente tra 20 anni, se così non dovesse essere e qualcuno proverà a dirgli che con un’altra testa sarebbe andata diversamente state pur certi che risponderà sempre alla sua maniera…..Se mia nonna avesse le palle sarebbe mio nonno.

Categorie: Amarcord, Tennis | Tag: , , , , , , , | 3 commenti

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3 pensieri su “Se mia nonna avesse le palle, sarebbe mio nonno…

  1. Quando c’è la famiglia, c’è tutto…grandissimo Marat!! Senza se!

    • andrea

      ahaha numero 1 marat!!!! nonostante mi abbia fatto dannare non so quante volte mi manca uno così..

  2. Che giocatore che era….e che grandissima testa di c… 😀
    Come si faceva a non amarlo ed odiarlo allo stesso tempo? 😀

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