Irlanda, Australia, Colombia, Italia: il Giro 2014

Il più forte

Il più forte tra i colombiani, quindi il più forte di tutti

Per raccontarvi la 97esima edizione del Giro d’Italia partiamo autocitandoci: poco più di un anno fa, grazie all’intuizione di Carmine, v’avevamo raccontato di una interessante evoluzione di una scuola di ciclismo, quella colombiana. Partiamo da lì per descrivervi quello che è stato a tutti gli effetti un giro dominato da loro, con 10 maglie rosa (4 Uran, 6 Quintana), primo e secondo posto nella generale con gli stessi Quintana e Uran, miglior scalatore nella classifica dei gran premi della montagna con Arredondo che è riuscito a vincere anche una delle tappe più belle, quella con l’arrivo a Rifugio Panarotta, oltre che essere costantemente in fuga, piazzamenti e attacchi con Duarte, Pantano, Chalapud, Sebastian Henao (cugino del sospeso Sergio) e altri che ci dimentichiamo: erano ovunque e hanno esaltato questa corsa.

Quintana s’è presentato come il favorito di questo Giro, forte del secondo posto, da debuttante, al Tour dell’anno scorso e al di là delle mille (poco più che inutili) polemiche successive alla tappa vinta a Val Martello, sulle quali ci siamo già abbondantemente espressi, ha dimostrato sulla strada di essere il più forte, mai in difficoltà, seppur non brillantissimo nella prima parte della corsa, è uscito alla grande nella terza settimana in cui ha corso da dominatore e nella quale ha sfruttato il terreno a lui più congeniale, dimostrando di saper domare le salite più difficili ed insidiose d’Europa.

La sua condotta di gara è stata pressoché perfetta: detto di qualche problema respiratorio nelle prime settimane in cui s’è limitato a stare con gli altri per non esporsi troppo in attacchi pericolosi, ha accusato il colpo della crono di Barolo e ha iniziato a testare gli avversari nel weekend di Oropa e Montecampione, dove sul suo diretto rivale e connazionale Uran ha guadagnato 25 e 20 secondi, scattando per lo più negli ultimi 2 3 km dell’ascesa finale. La sensazione è stata che proprio la tappa di Val Martello era quella cerchiata di rosso, tra un giorno di riposo e una tappa di “trasferimento”, non a caso la Movistar è stata al comando di quella tappa sin dal km 0, e ancora non a caso, l’ascesa finale, post pasticcio organizzativo (o definitelo come preferite voi), l’ha visto volare sino al traguardo raggiungendo la prima delle due vittorie di tappa personali. La seconda è il capolavoro della Cima Grappa, la cronoscalata in cui ha messo sull’asfalto tutta la sua eleganza e tutto il suo strapotere in montagna, giù il cappello per uno che sembra fatto dal sarto per il Giro d’Italia.

Uran non è stato poi così da meno, anche se dopo la cronometro ondulata di Barbaresco-Barolo era per i media il favorito, forte di un vantaggio di 3’29” su Quintana (in quel momento sesto), mancavano però 5 arrivi in salita più la cronoscalata nei quali è sempre arrivato dietro se non appaiato, quando però ormai era lui a dover attaccae. Questo secondo posto fa il paio con quello conquistato l’anno scorso quando ancora correva con il team Sky. Ecco forse è mancata un po’ la squadra (ottimo Poels sullo Zoncolan), specie nella tappa che ha deciso il giro in quei 20 km dopo la discesa dello Stelvio in cui bisognava chiudere il più possibile su Quintana/Rolland e poi è mancato un po’ lui sulla salita di Val Martello in cui forse per non andare fuori giri (e su questo ci ritorneremo) è sembrato piuttosto compassato, quasi inerme.

Il popolo del ciclismo, quello che ci piace, che guarda passare gli atleti, non quello che li rincorre

Il popolo del ciclismo, quello che ci piace, che guarda passare gli atleti, non quello che li rincorre

Quindi tanta Colombia a fine giro, quanta Australia nella prima metà: l’Orica Green-Edge vince la crono a squadre iniziale (perché non permettere al campione italiano Santaromita di indossare quella maglia rosa ancora non l’abbiamo capito) e fa vestire per 6 giorni la maglia di leader a Michael Matthews con la quale vince anche una tappa, quella stregata (per le cadute) di Montecassino. Australiano è anche Michael Rogers che vince a Savona e soprattutto sullo Zoncolan ed ovviamente australiano è Cadel Evans che a 37 anni indossa la maglia rosa per 4 giorni prima di cedere nella terza settimana, riuscendo comunque a restare nei 10 della classifica generale a 12′ dal vincitore.

È tedesco invece Kittel che dimostra di non amare particolarmente l’Italia e abbandona la corsa una volta vinto il “giro delle Irlande”, lasciando poi gioco facile per le volate di gruppo a Bouhanni, probabilmente non potente quanto il corridore del Team Giant – Shimano, ma funambolico nel condurre la bicicletta nei finali nervosi di tappa. Ecco il trittico irlandese è una delle tante polemiche contro cui abbiamo sbattuto in queste tre settimane: sinceramente si fa fatica a capirla questa, dal 1996 ad oggi, negli ultimi 18 anni, il giro è partito dalla Grecia, dalla Francia, dall’Olanda, dal Belgio, dall’Olanda ancora, dalla Danimarca e appunto dall’Irlanda del Nord, è un fatto di visibilità estera, è un fatto di costume ed è un fatto economico (ed è successa la stessa cosa al Tour….), sono 3 tappe su 21, dove starebbe il problema?

Può essere un problema di meteo?! È piovuto tanto tra Belfast e Dublino, è piovuto tanto anche quando si è tornati in Italia, con la sola differenza che sul nostro terreno sono scivolati, tutti, più volte, spesso costringendo al ritiro i corridori. Vogliamo il Giro d’Italia sulle nostre strade? Almeno asfaltiamole evitando di trasformare la gara in una corsa saponata.

A Montecassino hanno detto addio al giro, tra gli altri, Caruso, Viscioso e soprattutto Purito Rodriguez, azzoppando la Katusha e anche la corsa che aveva proprio in Rodriguez uno dei pretendenti alla vittoria finale (terzo al tour dell’anno scorso, proprio dietro a Quintana). Cadute uguale altra polemica: esiste il fair play nelle corse? Se uno cade il gruppo deve rallentare? Aspettarlo?! Sì se è in classifica? No se non lo è? Fatto sta che nella tappa di Montecassino (ancora lei…), la BMC dopo la caduta tirava, mentre a Savona, con Morabito a terra (team BMC appunto…uno dei migliori gregari di Evans), chiedeva di rallentare. La sensazione è che il fair play c’è quando fa comodo a noi e non c’è quando ci conviene tirare la corsa. A Savona c’era una fuga in atto, l’Androni di Gianni Savio era tutto il giorno che tirava per chiudere non avendo corridori davanti, la corsa è corsa, le sfortune ci sono per tutti.

Finora abbiamo parlato solo di stranieri: straniera la partenza, stranieri i dominatori, prima di parlare dei nostri ragazzi, un piccolo pensiero lo dedichiamo ai nostri cugini, quei francesi che “ancor si incazzano” che non vincono il loro Tour dal 1985 e che oltralpe (per loro) hanno vinto solo 6 volte (2 con Anquetil negli anni 60, 3 con Hinault negli anni 80 e infine con Fignon nel 1989): Rolland non ha interrotto questo digiuno, ma ha confermato ancora una volta di essere un corridore interessante, sempre all’attacco, con grande senso tattico e gambe anche per le dure salite alpine, non è riuscito a far sua una tappa, ma è stato uno dei principali protagonisti di queste tre settimane. Finalmente un francese un po’ meno snob che viene in Italia per fare la corsa.

Pirazzi, appena dopo la laurea ad Oxford

Pirazzi, appena dopo la laurea ad Oxford

E ora gli italiani: Aru e Pozzovivo; Ulissi, Canola, Battaglin, Pirazzi; Cataldo e infine Basso. Partiamo dal fondo, il fondo di una classifica, quella di Ivan Basso: ha provato ad andare in fuga, ma non è riuscito a portarla a termine, sostanzialmente non lascia nessun segno in questo giro, le primavere sono 37 e il ritiro è vicino, ma voglio comunque elogiarne l’atteggiamento, la serenità che trasmette, sempre sorridente prima e dopo le corse, le gambe non ci sono più, l’impegno non è mancato, non credo sia un dramma (e lo scrive uno che non l’ha mai amato particolarmente, ndr). Cataldo doveva essere l’uomo di classifica di un team Sky che si è un po’ ridimensionato (eufemismo) e che punterà tutto sul Tour de France. Uscito di classifica troppo presto per via delle cadute iniziali, ha comunque onorato la corsa, andando praticamente sempre in fuga nell’ultima settimana e qualcosa anche prima, non ha trovato l’acuto (battuto sul finale ad Oropa proprio dal connazionale Battaglin), ma merita comunque una menzione a nome di tutti quelli che come lui hanno sputato sangue e fatica, senza venire ricompensati con le vittorie e i titoli dei giornali, un po’ come Nizzolo, eterno piazzato delle volate (molto meglio di Viviani…).

Ulissi, Canola, Battagli e Pirazzi (più Aru) sono i nostri vincitori di tappa: il primo è il più talentuoso e ne ha vinte addirittura due, oltre a fare un’ottima crono (che aveva fatto gridare gli improvvidi giornalisti RAI all’ “Ulissi uomo da corse a tappe”), prima di dover abbandonare la corsa un po’ per le fatiche, un po’ (soprattutto) per problemi di salute. Diego Ulissi è uno dei nostri principali talenti per quel che riguardano le classiche e le tappe nei grandi giri: s’era un po’ nascosto in questo inizio di stagione, ma la condizione mostrata al giro ha veramente entusiasmato. Canola è la sorpresa, mentre quelle di Battaglin e di Pirazzi sono il premio alla perseveranza, con un finale ad Oropa prorompente per il primo e uno sfogo non propriamente oxfordiano per il secondo. Pirazzi ha conquistato la prima vittoria tra i pro, dopo aver fatto 672 fughe e 2341 scatti nei suoi primi 5 anni di professionismo, in molti l’hanno criticato in queste stagioni, di qui l’ombrello finale, ma resta comunque una specie in via d’estinzione che va protetta, il ciclista che corre con il cuore e con le gambe, in un mondo sempre più gestito dalle radioline e dal computerino di bordo, che sta rovinando il ciclismo più delle organizzazioni dilettantistiche e ancor più del doping. Il “fuori giri” ormai è gestito dall’elettronica, nessuno, ok…diciamo pochissimi, ormai rischiano, tutti prima di fare l’azione controllano se possono farla, è la parte del ciclismo che ci piace di meno, allora ben vengano i Pirazzi che scattano, anche quando sbagliano a farlo, quelli che sprecano energie, ma ci provano, piuttosto che andare su “del proprio passo”.

Viva Pirazzi e viva i nostri due baluardi da classifica: Domenico Pozzovivo, a 32 anni ha corso il suo ottavo Giro d’Italia, per la quarta volta si è piazziato nei primi 10, ma mai come quest’anno è arrivato così vicino al podio. È stato senza mezze misure il ciclista più brillante della prima parte del giro, forse anche troppo, considerando un finale un po’ con i remi in barca. Pur restando sempre tra i migliori, non ha più attaccato come ci si poteva aspettare, lui che fa pochi calcoli, sintomo che evidentemente non ne aveva.

Un campione a Montecampione

Un campione a Montecampione

Fabio Aru è un sogno ad occhi aperti dal quale non vogliamo svegliarci, abbiamo imparato a conoscerlo l’anno scorso, lo aspettavamo quest’anno, co-capitano dell’Astana al Giro assieme a quella vecchia volpe di Michele Scarponi (altro vittima delle cadute), non solo non c’ha deluso, ma c’ha sorpreso, emozionato, esaltato. A Montecampione ha staccato tutti dopo una delle tante gallerie semi-aperte che ci sono lungo l’ascesa, anche se romanticamente vogliamo pensare che sia la stessa dopo la quale Pantani staccò Tonkov nel 1998; sulla Cima Grappa c’ha fatto venire i brividi, andava come il vento, saliva leggero e potente al tempo stesso e solo un Quintana in versione extra-lusso poteva batterlo. Fuori sella è uno spettacolo, in salita non ha paura a scattare ed a far esplodere i tifosi (a proposito, basta spingere e correre affianco ai ciclisti, bastaaaaaa), ha la forza e la brillantezza dell’incoscienza e l’anno prossimo proverà a di nuovo a vincere….la maglia bianca perché l’anno di nascita recita 1990 (proprio come per Quintana), la testa sembra quella giusta, almeno a giudicare dalle sue sincere e umili parole, Dio ce lo mantenga, lui solo sa quanto il movimento ciclistico italiano ne ha bisogno.

Categorie: Ciclismo | Tag: , , , , , , , , , , , | 3 commenti

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3 pensieri su “Irlanda, Australia, Colombia, Italia: il Giro 2014

  1. mlbarza

    Condivido la tua analisi e dissento completamente dalla fin troppo enfatica che è apparsa stamattina sul giornale di rosa colorato. Ok, è la loro corsa ed è giusto che la esaltino, però è innegabile che il Giro abbia un appeal inferiore non solo al Tour (ça va sans dire) ma anche della Vuelta.
    Ok la spettacolarità, che però negli ultimi anni è sempre più teorica, ma se i grandi corridori alla corsa non ci vengono, è davvero più facile ricordarsi delle brutte (orride, vergognose) magagne organizzative e delle bizze di un pubblico che vuole essere più protagonista dei protagonisti della strada.

    Se si eccettuano Daniel Martin e Purito Rodriguez (autoesclusi dalla sfiga) e Petacchi e Cunego, che per motivi diversi sono corridori di un’altra epoca, non c’erano cacciatori di classiche al via. E va bene che il calendario le vede come appena terminate e quindi chi le ha corse al massimo non può essere ancora in forma, ma è una gran pecca. Oltre al numero di corridori da grandi giri che regolarmente diserta le nostre strade.

    E’ (anche) per questo che, ahimè, userei toni meno entusiastici per i nostri giovani che si son messi in mostra. Perchè è tutta gente che, nelle corse “vere” (se le ha fatte) si è puntualmente spenta dopo il km 200. Sempre ammesso di aver dimostrato di essersi accesa nei 199 km precedenti…

    L’unica eccezione, pare per ora Aru, anche se confermarsi sarà più dura ora.

    Ultima piccola considerazione: lo Zoncolan viene giustamente sempre presentato come un mostro e come punto più alto della tappa regina del Giro, quando viene fatto. Però alla fine tutte le volte che è stato fatto, è stato decisivo per la corsa solo nell’anno in cui vinse Ivan Basso, qualsiasi fosse la sua collocazione come tappa. Spesso si dice che le grandissime pendenze fanno meno la differenza degli sforzi prolungati a lungo (lunghissimo) di salite come Gavia e Stelvio, soprattutto se sono seguite da salite dure successivamente. Forse, se lo si vuole davvero rendere in un certo senso decisivo lo Zoncolan, sarebbe il caso di piazzarlo come arrivo della tappa della domenica che precede l’ultima settimana, prima di un giorno di riposo, in modo che ci arrivi gente con un po’ di benzina (e voglia) nel carburante.

    • Il fatto secondo me è che Giro&Tour ormai non lo fa più nessuno dei big o se lo fanno non possono essere competitivi ai massimi in entrambe le corse. Quest’anno alla fine al Giro c’erano il secondo e il terzo del Tour dell’anno scorso, mentre chi ha vinto il Giro 2013 andrà alla Grande Boucle, per i big quindi non ci vedo nulla di strano, considerando che Contador l’ha fatto 3 anni fa, ma poi (giustamente) punta tutto sul Tour anche fosse per riprendersi quanto tolto per la vicenda doping.

      Mentre il discorso sui cacciatori di tappe/classiche è condivisibile.

      Sul confronto Giro-Vuelta non saprei, ma non la vedo così pessimistica, in fatto di appeal, se poi uno vuole malignare un po’….in Spagna qualche corridore ci va più a cuor leggero…

      Perfettamente d’accordo sulla questione Zoncolan. E anche se “affascinanti” inizio ad essere contrario ai trittici…impauriscono troppo i corridori (o gli danno alibi…a seconda dal punto di vista)

  2. Pingback: Pillole di Giro – La prima settimana | Quel che passa il convento...

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