New year’s six: 6 bowl, qualche pensiero.

Maratona collegiale

Maratona collegiale

Mentre siamo in febbricitante attesa per i playoff NFL, negli ultimi due giorni, oltre a salutare l’anno nuovo e a lamentarci dell’anno vecchio, è andata in scena una scorpacciata di bowl che, è innegabile, c’ha fatto amare questo nuovo formato all’interno del football collegiale: i “new year’s six” spalmati in due giorni a cavallo di 2014 e 2015, uno di seguito all’altro, con in campo le migliori squadre della stagione o le più sorprendenti. Non tutte le partite c’hanno regalato pathos, ma nel complesso non possiamo lamentarcene.

Vi ricordate quella volta che lo stato del Mississippi doveva dominare la stagione NCAA? Era giusto un paio di mesi fa, sic transit gloria mundi, specie se è il “mundus” collegiale. Entrambe le università hanno chiuso male l’annata, le sconfitte nei bowl sono solo a corollario di una brusca frenata con i Rebels, in balìa, nel bene e nel male, delle lune di Bo Wallace, che hanno perso 4 delle ultime 6 e i Bulldogs che hanno battuto solo Vanderbilt nelle ultime 4 uscite. Un disastro per due formazioni che nelle restanti 16 partite complessive non avevano mai perso e che a metà Ottobre erano al primo e al terzo posto del ranking di AP.

Il Peach Bowl non ha avuto storia: Bo Wallace ha settato subito il tono della sua partita con un intercetto a terzo gioco, con TCU che varcava la endzone due giochi dopo. Texas Christian poi ha segnato due TD per ogni quarto, riposandosi nell’ultimo, quando sul 42-0 bisognava solo aspettare che il cronometro arrivasse stancamente allo zero. Il doctor Bo, come già accennato, ha mandato Mister Turnover a giocare questa partita, 3 intercetti e un fumble a contorno, non che Boykin e le Horned Frog abbiano fatto molto meglio in questo aspetto, in realtà hanno pareggiato il livello delle palle perse (anche per loro 3 intercetti e 1 fumble), ma mentre una squadra ne approfittava, l’altra restituiva i favori: emblematica in questo senso la porzione di partita in chiusura di secondo periodo sul 21-0; Boykin veniva intercettato sulle 2 avversarie, Wallace due azioni dopo, per evitare una safety, lanciava un intentional grounding (il che per l’appunto non gli avrebbe evitato la safety….) talmente maldestro che nemmeno cadeva a terra, ma veniva intercettato all’interno della endzone: TD, game, set and match, sia dal punto di vista numerico che dal punto di vista tecnico; il modo peggiore per Bo di salutare il college. Le rane, che questa volta hanno tutti i motivi per essere eccitate, tornano a vincere un Bowl principale, dopo il Rose Bowl del 2011, in quella stagione finirono imbattute, quest’anno l’unica squadra in grado di batterle è stata Baylor, di cui parleremo in seguito.

not so fast my friend

Not so fast, my friend

A Mississippi State è andata leggermente meglio, solo perché l’Orange Bowl si è definitivamente schiantato nel terzo periodo, conclusosi con un parziale di 21-0 per Georgia Tech e dopo che il secondo quarto aveva mandato i titoli di coda con un Hail Mary di Dak Prescott a Fred Ross che aveva raccolto a pelo d’erba il tentativo di buttare in terra la palla da parte di un difensore delle Yellow Jackets e aveva costretto la ESPN a tirar via in fretta e furia il palco che stavano allestando a metà campo, mentre doveva ancora essere giocato l’extra point (che nel college può essere riportato dalla squadra difendente). Questo è il punto più alto raggiunto da Paul Johnson, il santone della triple option, che vince il secondo bowl da quando è a Georgia Tech, pur avendo sempre preso parte alla partita di fine anno (2-5 il record), è anche il primo bowl tra quelli principali, dopo aver perso l’Orange 2010. Una stagione coronata nel giusto modo per una squadra che nonostante le 3 sconfitte, non è andata tanto distante dal far saltare il banco di Florida State, al championship della ACC, e un sistema nel quale il tuo QB completa il suo primo lancia stagionale sopra le 30 yard di volo proprio nell’ultima partita, dopo averne tentati solo 16 in tutto l’anno (addirittura in un drive successivo ne arriverà un altro di completo), se non avete mai visto una triple option all’opera il consiglio è di farlo iniziando proprio con questa partita.

Nel mezzo dei due bowl sopra citati era andato in scena il Fiesta Bowl, che vuoi anche per il nome così brioso (ma avete tolto lo sponsor Tostitos?! Maledetti voi e il nuovo sponsor Vizio) rappresenta ogni anno uno dei bowl più scoppiettanti e avvincenti. Quest’anno non ha fatto eccezione, con Boise State che ormai avanza prepotentemente nella tradizione di questa partita, con la terza partecipazione e la terza vittoria negli ultimi 9 anni. Pirotecnico l’inizio con un parziale di 21-0 e una dedica all’azione che è stata il simbolo di Boise State in questi 9 anni, il remake della statua della libertà che nel 2007 era valsa la conversione da 2 punti che aveva dato la vittoria in OT contro Oklahoma, mentre questa volta era stata artefice del terzo TD della partita, secondo di 3 di Jay Ajayi, autentico dominatore dei primi 30 minuti, poi sparito nella ripresa. Arizona però ha continuato a remare, sino ad arrivare a giocarsi per ben due volte il drive del potenziale pareggio negli ultimi 5 minuti. Sotto di 8 punti non è stata del tutto convincente la selezione degli schemi prima e l’esecuzione del QB dei Wildcats, Solomon, poi. A 4 minuti dal termine, sulle 35 avversarie, Arizona è andata in endzone con insistenza quasi maniacale, peraltro cercando il suo uomo principale sempre sotto doppia se non tripla copertura, risultato: turnover on downs. La difesa ed i timeout hanno però consegnato alla squadra della Pac12 un’altra chance, a 8 yard dal TD con una ventina di secondi e 3 tentativi, senza più la possibilità di fermare il cronometro, Solomon si è fatto maldestramente placcare ancor prima di lanciare, rendendo vana l’ennesima ricezione mostruosa di Cayleb Jones, un sophomore, figlio d’arte, di cui sentiremo sicuramente ancora parlare nei prossimi anni. In realtà i figli d’arte in divisa Wildcats e nel ruolo di ricevitore erano ben due: il già citato Jones è figlio di Robert, scelta di primo giro dei Dallas Cowboys nel 1992, LB che giocò negli anni d’oro, vincendo 3 Super Bowl, seppur non partecipando in maniera attiva nell’anno da rookie. L’altro è Trey Griffey, figlio di tal Ken Griffey Jr. 13 volte all star, AL MVP nel 1997, 10 volte Gold Glove, quinto all time con 630 HR in carriera, uno che insomma ha scritto la storia della MLB, almeno quella recente e che ora, in maniera un po’ inquietante, si posiziona a bordo campo con la sua fotocamera e riempe di foto suo figlio, che in realtà in questa partita s’è reso protagonista di qualche drop di troppo.

Bello a' papà, fatte fotografa'

Bello a’ papà, fatte fotografa’

E poi è arrivato il 2015 e quale modo migliore se non iniziarlo con le montagne russe targate Baylor: io (vagamente di parte, ndr) avrei consegnato loro il Cotton Bowl una volta scesi in campo con quelle divise e soprattutto con quei caschi così luccicanti, figurarsi dopo il TD su ricezione del 41 a 21, a fine terzo quarto, di Laquan McGowan, 180 kg lanciati con leggiadria per 20 yard sino alla meta, a quel punto stavo già sognando la possibilità di un terzo turno di playoff, come poteva una squadra così divertente restare fuori dalla contesa per il titolo nazionale? Con un Petty sempre più a suo agio nel testare ogni angolo di campo?!? Come poteva l’ho poi (ri)scoperto nell’ultimo quarto, quando i ragazzi di Michigan State hanno orchestrato una rimonta che mi rifiuto di raccontarvi, guastafeste inopportuni. Non vi racconterò di un FG stoppato e ritornato per 36 yard ad un minuto dalla fine sul punteggio di 41-35, né di come si è arrivati a calciarlo: con Petty che dalle 33 pesca con una slant veloce Coleman che corre sino alle 2 yard avversarie e fa urlare al telecronista italiano “..è il gioco che chiude il Cotton Bowl”, con Lippett (eroe dei due mondi, offensivo e difensivo) che si appende da dietro nel più classico degli horse collar tackle, la flag vola, ma gli arbitri ci vedono un facemask offensivo. Quindi il Cotton Bowl è tutt’altro che finito, si gioca un primo e 10, ma sulle 22, ancora dentro il range del kicker dei Bears; l’harakiri è solo nella sua fase embrionale, arriva una false start, poi arriva una read option in cui Petty non fa in tempo a leggere nulla e sono altre 4 yard perse; in sostanza, in questo non racconto, Baylor deve calciare dalle 43. Giusto farlo? Era meglio puntare? Credo che Art Briles, l’head coach dei texani, non l’abbia nemmeno preso in considerazione, anche giustamente, opinione personale. Il drive successivo vede Cook lanciare più incompleti che completi, ma il Lippett di cui sopra riceve un cruciale quarto down e l’ultimo chiodo della partita lo mette Mumphery. Insomma Michigan State chiude una stagione con il Cotton Bowl e due sconfitte, una contro Oregon, l’altra contro Ohio State, due squadre che (spoiler…) si giocheranno il titolo nazionale tra pochi giorni…vuoi vedere che quelli che si meritavano il terzo turno di playoff erano invece i Spartans?

Forse non se lo meritavano i Seminoles di Florida State, probabilmente i grandi saggi hanno atteso, invano, che arrivasse una sconfitta che giustificasse la loro esclusione, purtroppo (e questo è davvero demenziale) sono partiti come numero 1 ad inizio anno e non avendo mai perso non sono mai potuto scivolare più di tanto nella considerazione generale (e dei saggi). Pur cercando di restare aggrappati alle pale del frullatore che è Oregon, pur essendo la squadra delle rimonte impossibili, alla fine del Rose Bowl, sono crollati, spazzati via da un turbinio tanto caotico in superficie, quanto perfetto negli ingranaggi che lo governa. E dire che tutto sommato Winston, al di là dell’imbarazzante fumble a partita ormai decisa, è stato protagonista di una buona prestazione, non sto a raccogliere dati o che altro, parlo di sensazione nel vederlo giocare e guidare un attacco che sapeva sin dall’inizio che sarebbe sceso in campo sempre con l’acqua alla gola, costretto a rincorrere le prestazioni altrui. Poi lo so che in giro molti dipingeranno la sua prestazione come fallimentare, con il consueto ritornello di un QB che si è montato la testa, che è una distrazione, ecc ecc ecc, articoli già pronti, a me, in questa partita, non è dispiaciuto e lascio le psicoanalisi agli altri. Questa per molti era proprio la sfida Mariota vs Winston, la mia idea continua ad essere che Mariota sa fare (o ha potenzialià di saper fare) molto più cose di Winston, ma gioca in un sistema offensivo che “spiattella” tutto, certo lui lo interpreta in maniera sublime, completando il sistema stesso (Oregon ha avuto QB molto meno dotati di Mariota, stare a fare paragoni con il passato credo sia del tutto insignificante); Winston credo sia meno completo, ma non per questo meno efficace. Ma sto lentamente scivolando in discorsi “da draft” dai quali vorrei star lontano, d’altronde Winston ha ancora du anni di eleggibilità e Mariota potrebbe anche restare un altro anno ancora…pausa scenica…

Ne manca soltanto uno (lo Sugar Bowl) dei 6 magnifici bowl, quello che vedava scendere in campo la numero 1, Alabama contro la numero 4, Ohio State. Sapete come è finita e quindi non mi dilungherò in troppa cronaca. Un dato per me racchiude molto bene cosa è stata questa partita, Saban nell’intervista flash all’intervallo, dopo aver visto ridotto da 21-6 a 21-20 il suo vantaggio, si lamentava dei terzi down, che permettevano ad Ohio State di dare fluidità al proprio attacco. Il primo drive dei Buckeyes nel terzo periodo, successivo a quell’intervista, si concludeva con un big play, da 47 yard, di Cardale Jones per Devin Smith (l’uomo dei big play), su un terzo e 8. A fine terzo quarto, con i Crimson Tide in attacco, su un 3rd&7 sulle proprie 36 yard, compariva un’altra grafica dedicata ai terzi down: Alabama in quel momento era 1/7 (e 0 TD), Ohio State 9/13 (e 2 TD), ma l’informazione a suo modo sconvolgente era che i 7 tentativi di Alabama venivano ad una distanza media da coprire pari a 3,4 mentre per Ohio State il valore era più del doppio (7,3). E sapete cosa è successo poi in quel terzo down? TD Ohio State, Steve Miller, defensive lineman, 41 Yd Interception Return. 34-21. Poi ovviamente Alabama ha continuato a lottare, ha sprecato una chance enorme, sul -6, a metà quarto, con un drive che partiva dalle 23 avversarie per un punt che rimbalzava sulle 35 e tornava indietro, un colpo di fortuna, spazzato via l’azione successiva da una palla lanciata troppo corta da Sims ed intercettata. Alabama non ha mollato nemmeno dopo il TD da 85 yard su corsa di Elliott, che dava il +14 a 3.24 dalla fine, ma ha dovuto gettare la spugna sull’ultimo terzo down giocato, a 42 yard dal pareggio, con la palla nuovamente intercettata che ha mandato i Buckeyes di Urban Meyer, nonostante una gestione del cronometro nel finale con cui ha provato in tutti i modi a tenere vivi gli avversari, al titolo nazionale. Lui che ha preso questa squadra pur cosciente della penalizzazione dovuta alla gestione di Tressell, penalizzazione che l’ha tenuto fuori dai bowl nella prima stagione, seppur conclusa da imbattuto, lui che non ha ancora perso una partita in big10 e che quest’anno ha prima dovuto fare a meno del candidato all’Heisman, il QB Braxton Miller, e a poche settimane dalla fine ha dovuto anche perdere, sempre per infortunio, le prestazioni di un altro QB, candidato in divenire all’Heisman, il freshman J.T. Barrett; in sostanza Meyer va a giocarsi il titolo anche grazie ai proiettili lanciati da quello che è stato quindi il terzo QB della stagione, Cardale Jones.

Nick Saban invece mastica di nuovo amaro, lui c’aveva abituato a macinare gli avversari nei bowl, dare tre settimane di tempo ad un allenatore come lui per preparare una partita, significava sanguinare in uno acquario pieno di squali: 37-21, 49-7, 21-0 e 42-13 sono stati i punteggi dei bowl giocati tra il 2010 e il 2013, 3 sono valsi il titolo nazionale, negli ultimi due anni è però sceso sulla terra e se lo Sugar Bowl dell’anno scorso poteva essere a corollario di una stagione morta con il FG ritornato in meta da Auburn che aveva spezzato il cuore a coaching staff e ai giocatori, nell’ultima partita di regular season, la sconfitta di quest’anno forse ci racconta di un programma che resta comunque ai vertici del sistema collegiale, ma che per lo meno ha lasciato i livelli da alieno che aveva raggiunto sino a qualche anno fa, i prossimi recruiting magari faranno la differenza, ma per il momento sono tornati sulla terra. Se poi volete dirmi che è tutta colpa di Lane Kiffin, che porta jella, l’avete detto voi, io non confermo e non smentinsco.

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